Controriforma e Risorgimento
Luciano Luciani.
Ancora oggi siamo soliti assegnare al termine Controriforma il significato di vicenda restauratrice, retrograda, reazionaria. L’invenzione di tale vocabolo, e della accezione negativa con cui di frequente viene usato, è da attribuire agli illuministi tedeschi della seconda metà del Settecento impegnati nella dura polemica, propria della temperie storico/culturale del loro secolo, contro l’autoritarismo e l’intolleranza della Chiesa di Roma. Ma per un primo giudizio pesantemente sfavorevole sulla Controriforma, o meglio su quello che ne era stato l’evento centrale, ovverosia il Concilio di Trento, non c’è bisogno di attendere fino alle soglie della rivoluzione industriale o di quella francese. Già con Paolo Sarpi (1552-1623), frate servita e consultore di Stato per la Repubblica di Venezia, autore della Istoria del Concilio tridentino, pubblicato a Londra sotto pseudonimo nel 1619, si inaugura uno dei principali filoni interpretativi a cui è possibile ricondurre i giudizi storici formulati intorno alla Controriforma: quello che legge l’età immediatamente successiva alla Riforma protestante come “reazione cattolica”, con un’accusa, nemmeno troppo velata, alla Chiesa di Roma di aver praticato con un’intransigenza tale da sconfinare nell’ottusità, una politica di retriva restaurazione. Tutta volta al ripristino di prerogative e privilegi messi in discussione, nei decenni precedenti, dall’esercizio della ragiona rinascimentale.
Così scrive il Sarpi nel Proemio della sua opera: ”… questo concilio, desiderato e procurato dagli uomini pii per riunire la Chiesa che principiava a dividersi, per contrario ha così stabilito lo scisma ed ostinato le parti, che ha fatto le discordie irreconciliabili”… Insomma, il Concilio di Trento, nato tra grandi aspettative e speranze di una ricomposizione della lacerazione intervenuta nel corpo della Cristianità, si risolve in un fallimento. Per il Sarpi la responsabilità di questo insuccesso è da ascriversi soprattutto alla parte cattolica, che, con il suo desiderio di rivincita, avrebbe determinato la divisione religiosa dell’Europa. Non esitando, pur di prevalere, a politicizzare le questioni di fede e a ridurre il fatto spirituale a rituale formale e a ipocrisia gesuitica. Inoltre, per il teologo veneziano veniva definitivamente sconfitta l’antica concezione di una superiorità del concilio sul Papa e, per converso, battuto il conciliarismo, si rafforzava l’idea monarchica del potere pontificio sul Concilio.
La Istoria del Concilio tridentino del Sarpi doveva costituire un fondamentale punto di riferimento per tutti gli storici successivi. Le stesse confutazioni formulate dal cardinale Pietro Sforza Pallavicino(1607 – 1667) con la sua Istoria del concilio di Trento scritta in polemica col Sarpi e pubblicata nel 1656/7, con le pesanti riaffermazioni della necessaria prevalenza spirituale del papa sui vescovi e temporale sui sovrani, nonché del buon diritto della Chiesa a trasferire il proprio magistero dalla dimensione religiosa e morale a quella politica, valsero proprio a confermare la validità delle critiche del Sarpi al Concilio di Trento e alla istituzione ecclesiale da esso uscita.
Tra il XVIII e la prima metà del XIX secolo la polemica contro la Controriforma e il Concilio di Trento si nutrì degli umori anticlericali e soprattutto antigesuitici che circolavano ampiamente in tanta parte delle borghesie liberali europee, prima e dopo la soppressione di quell’ordine religioso (1773).
Si va dalle affermazioni del filosofo tedesco G.W.F. Hegel (1770 – 1831) sulla Controriforma intesa come il massimo tentativo della Chiesa cattolica di soffocare la libertà dello spirito e della coscienza individuale, al celebre corso universitario sui Gesuiti tenuto a Parigi (1843) da Michelet e Quinet, in una Francia ancora fortemente clericalizzata dagli effetti della Restaurazione.
Jules Michelet (1798 – 1874), una delle figure più significative della storiografia francese di età romantica, ed Edgar Quinet (1803 – 1875), docente di letteratura dell’Europa meridionale al prestigioso College de France e scrittore vicino al protestantesimo, l’uno e l’altro autorevoli esponenti del liberalismo democratico d’oltralpe, individuano nei Gesuiti la “punta di lancia” della volontà di rivincita del cattolicesimo e li attaccano duramente. Per Michelet i famosi Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti, altro non sono se non “un manuale di tattica religiosa, in cui la milizia monastica si addestra a certe mosse”. Per lo storico francese il Gesuita è “una formidabile macchina da guerra, inventata nel più violento combattimento del sedicesimo secolo, impiegata come una risorsa disperata, pericolosa per quelli che se ne servono…” Ancora più netti e definitivi, nelle celebri lezioni tenute nella prima metà del 1843 a Parigi risultano i giudizi del Quinet a proposito dell’ordine religioso fondato dal Loyola: “La loro dottrina nei congressi di Trento e ovunque altrove fu di estirpare dalla radice ogni elemento di libertà nella Chiesa, di abbattere nella polvere i concili, queste grandi assemblee rappresentative della cristianità, di scalzare dalla base il diritto dei vescovi, questi antichi eletti dal popolo, di non lasciar sussistere teologicamente che il papa… di fondare non una monarchia, ma… una tirannia temporale e spirituale”.
Soprattutto il Quinet, sostenitore nei suoi libri della tesi per cui la decadenza dell’Italia ottocentesca era il risultato della Controriforma cattolica, nel nostro Paese esercitò una notevole influenza sul filosofo e uomo politico Giuseppe Ferrari (1811 – 1876) che risiedette a lungo in Francia e su Francesco De Sanctis (1817 – 1883), il maggior critico e storico della letteratura nell’Ottocento. Mentre la storiografia confessionale continuava a rifarsi stancamente alle posizioni espresse dallo Sforza Pallavicino, l’elaborazione degli intellettuali del Risorgimento italiano non si stancava di ripercorrere le vicende politico – religiose dei secoli precedenti alla ricerca dei motivi della subalternità politica del nostro Paese. La storiografia italiana di età risorgimentale e postrisorgimentale sarà sempre molto severa nei riguardi della Controriforma, dei suoi metodi, dei suoi esponenti e degli assetti politici da essa scaturiti.





