Cisgiordania in fiamme, raid dei coloni contro i villaggi palestinesi
Ariel Piccini Warschauer.
Volti coperti, taniche di benzina e fucili d’assalto a tracolla. Quello che si è consumato nelle ultime ore in diversi villaggi della Cisgiordania non è stato un semplice scontro, ma una vera e propria spedizione punitiva. Secondo quanto documentato da testate internazionali e attivisti sul campo, gruppi di coloni israeliani hanno attaccato centri abitati palestinesi, appiccando incendi a case e automobili sotto lo sguardo di uomini armati con equipaggiamento di tipo militare.
Le testimonianze che arrivano dai villaggi colpiti ricalcano un copione drammaticamente noto, ma con un salto di qualità nella violenza e nell’armamento. Testimoni oculari riferiscono di uomini mascherati che hanno fatto irruzione nelle proprietà private dando fuoco a tutto ciò che incontravano.
“Sono arrivati all’improvviso, erano decine”, racconta un residente palestinese. “Hanno iniziato a dare fuoco alle macchine e agli uliveti. Alcuni avevano fucili che sembravano quelli dell’esercito.”
Il dettaglio che scuote l’opinione pubblica, sollevato originariamente da un’inchiesta di Haaretz, riguarda proprio la natura delle armi utilizzate. Non si tratterebbe solo di pistole per difesa personale, ma di armi da guerra — spesso fornite per la sorveglianza degli insediamenti — utilizzate in questo caso con finalità offensive. La presenza di queste armi solleva interrogativi pesanti sulla catena di comando e sulla mancata prevenzione da parte delle forze di sicurezza regolari che presidiano l’area.
Mentre le fiamme illuminavano la notte in Cisgiordania, il bilancio dei danni cresceva: decine di veicoli carbonizzati e abitazioni danneggiate. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano un clima di “totale impunità” che incoraggerebbe queste frange estremiste a compiere atti di vigilantesimo sempre più audaci.
La comunità internazionale guarda con crescente preoccupazione a questa escalation. La Cisgiordania, già polveriera pronta a esplodere, rischia di scivolare in un conflitto civile senza ritorno, dove la linea di confine tra la difesa degli insediamenti e l’aggressione sistematica appare ormai tragicamente cancellata.





