Cenni storici sulla cultura del vino
Roberto Pizzi.
Le prime testimonianze sulla Vitis vinifera, che produce il vino bevuto nel mondo, provengono dalla Mesopotamia del IV millennio a.C.
Successivamente la cultura del vino in buona parte raggiunse l’Europa grazie alle civiltà greca e romana. I greci portarono le viti e iniziarono la produzione della bevanda nelle loro colonie del Sud d’Italia, poi i romani praticarono la viticoltura a lungo, fino al disfacimento del loro impero. Con le invasioni barbariche la sua produzione diminuì, restando limitata ai monasteri, in quanto il vino era considerato indispensabile per la celebrazione eucaristica. A partire dal XII secolo la vite tornò a diffondersi, particolarmente nella Francia, la principale esportatrice di vino fino al XVI secolo. Se l’intera Europa fu interessata per quanto riguardava il consumo, la produzione si limitò a quella zona sotto la linea tracciata dalla foce della Loira sull’Atlantico, fino in Crimea e, di là da questa penisola, fino in Georgia e in Transcaucasia, dove si segna il limite settentrionale della coltivazione commerciale della vigna.
Il grande storico Fernand Braudel ha scritto (in Civiltà materiale, economia e capitalismo): “il vino interessa l’intera Europa quando si tratta di berlo, una certa Europa soltanto quando si tratta di produrlo” e la vigna, se non il vino, “soltanto nel continente europeo conta veramente”.
L’Europa produttrice di vino significa l’insieme dei paesi mediterranei più una zona che la tenacia dei vignaioli ha strappato al freddo del nord, non oltre, però, il 49° parallelo.
Fuori d’Europa il vino ha seguito gli europei. Vennero compiute anche straordinarie imprese per acclimatare la vigna nel Messico, in Perù, in Cile (dal 1541), in Argentina, dopo la seconda fondazione di Buenos Aires nel 1580. In Perù, data la vicinanza della ricchissima città di Lima, i vigneti prosperarono rapidamente nelle vallate vicine, calde e febbrili. Meglio ancora prosperavano in Cile, favoriti dalla terra e dal clima. Ma i successi più vistosi vengono raggiunti in pieno Atlantico, nelle isole fra il vecchio e il nuovo Mondo, e in primo luogo a Madera, dove la vite si sostituisce progressivamente alla canna da zucchero; poi le Azzorre, dove il commercio internazionale trova comodamente vini di alta gradazione alcolica, tanto da poterli vantaggiosamente sostituire ai vini francesi della Rochelle o di Bordeaux; finalmente nelle Canarie, e in particolare a Tenerife, da dove il vino bianco è stato largamente esportato verso l’America anglosassone e iberica e perfino in Inghilterra. Verso il sud e l’est europeo la vigna incontra l’ostacolo ostinato dell’Islam.
“Così l’Europa, da sola, riassume il nocciolo del problema del vino”. Da un lato, contadini produttori e consumatori abituati al vino locale, dall’altro grossi clienti, bevitori non esperti, ma dotati di alcune esigenze, portati a preferire per lo più i vini di alta gradazione alcolica: così gli inglesi, molto presto, hanno dato fama ai vini di Malvasia, i vini cotti di Creta e delle isole greche. Più tardi lanceranno il Porto, il Malaga, il Madera, lo Jerez (sherry), il Marsala, vini famosi di alta gradazione. Gli olandesi faranno la fortuna di tutte le acquaviti a partire dal secolo XVII. Vi sono dunque palati e gusti particolari. Il Mezzogiorno guarda con ironia a questi consumatori del Nord, che non sanno bere e vuotano il bicchiere d’un sol colpo, o come vengono descritti i soldati tedeschi, durante il saccheggio del castello di Forlì, si mettono bruscamente a “dringuer” (trincare). Resta nella memoria collettiva il ricordo dei Lanzichenecchi, che sfondano i barili e cascano ben presto ubriachi fradici durante il tremendo sacco di Roma del 1527. Nelle incisioni tedesche cinque e secentesche che raffigurano feste contadine, scorgiamo quasi immancabilmente uno dei convitati piegarsi sul suo sgabello per restituire le troppo abbondanti libagioni.
Luogo comune diviene l’affermazione che tutti gli ubriaconi sono tedeschi, vittime designate in tutte le farse . Questi grossi consumi del Nord provocano un importante commercio proveniente dal Meridione: per mare da Siviglia e dall’Andalusia in Inghilterra e nelle Fiandre; o lungo la Dordogna, la Garonna verso Bordeaux e la Gironda; a partire dalla Rochelle o dall’estuario della Loira; lungo la Yonne, dalla Borgogna verso Parigi, poi fino a Rouen; lungo il Reno; attraverso le Alpi (all’indomani di ogni vendemmia i grandi carri tedeschi, i “carrettoni”, dicono gli italiani, scendono a cercare i vini nuovi dal Tirolo, da Brescia, da Vicenza, dal Friuli, dall’Istria; dalla Moravia e dall’Ungheria verso la Polonia; ben presto, attraverso le rotte del Baltico, a partire dal Portogallo, dalla Spagna e dalla Francia fino a Pietroburgo, per soddisfare la sete, violenta ma ancora inesperta, dei russi.
Certo non è l’intera popolazione dell’Europa settentrionale che beve vino, ma solo i ricchi: nelle Fiandre, il borghese o l’ecclesiastico dotato di buone prebende, fin dal secolo XIII; il nobile polacco, nel secolo XVI, avrebbe paura di venire meno al proprio rango se si accontentasse, come i suoi contadini, di birra.
A viaggiare così è il vino nuovo, salutato dappertutto con gioia. Perché da un anno all’altro il vino si conservava male e si inacidiva. Per questo, verso il 1500, una botte di vecchio Bordeaux valeva appena 6 lire tornesi, mentre un barile di buon vino nuovo ne costava 50. Nel Settecento, invece, le cose sono mutate e a Londra la raccolta delle vecchie bottiglie vuote, destinate ai mercanti di vino, è una delle attività lucrative dei poveri della città (come lo eravamo ancora, noi, ragazzi negli anni ’60 del secolo scorso, che davamo la caccia alle bottiglie vuote dello spumante, o raccoglievamo il cartone e gli stracci, per rivenderli ai vari magazzini del nostro rione. Da lungo tempo il trasporto del vino non avveniva più nelle anfore, come ai tempi dell’antica Roma, ma in barili di legno (doghe congiunte e cerchiate). Questi barili – inventati nella Gallia romana – non conservano sempre perfettamente il vino. Ancora nel secolo XVIII un dizionario di commercio esprime la propria meraviglia perché “la vecchiezza del vino” era stimata dai romani “come il titolo della loro bontà mentre in Francia i vini sono ritenuti decrepiti (anche quelli di Digione, di Nuits e di Orleans, i più indicati per essere conservati) quando giungono al quinto o al sesto anno”.
L’Encyclopédie lo dice chiaramente: “I vini di quattro o cinque anni, che taluni decantano tanto, sono vini decrepiti”.





