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Bella Ciao e Bandiera Rossa, le vere origini di due canzoni popolari

Roberto Pizzi.

L’amico  Enrico Martelloni, giornalista e grafico attento alle vicende dell’Ucraina,   mi ha ricordato recentemente, con dovizia di particolari, che le due canzoni popolari: “Bandiera rossa” e “Bella Ciao”, che dal secondo dopoguerra furono inserite nel lessico musicale del Partito comunista italiano, in realtà avevano un’altra origine, pur essendo destinate  per un significato di solidarietà verso le classi popolari disagiate e sfruttate.

A partire da “Bandiera rossa”, divenuta Inno ufficiale del Partito Comunista Italiano (PCI) nel secondo dopoguerra del XX secolo (insieme all’Internazionale), e ben nota per le sue strofe che chiamano alla rivoluzione (“Avanti o popolo alla riscossa, Bandiera rossa trionferà..Evviva il comunismo e la libertà”). In realtà, in origine il verso conclusivo della strofa era: “Evviva la repubblica e la libertà” . Ed ancora la canzone diceva: “prima di morire repubblica farem“,segnalando l’adozione del drappo rosso come simbolo diverso dal tricolore sabaudo, confermando in sostanza di essere un canto popolare, ma di origine repubblicana, legato alla tradizione mazziniana – garibaldina, del periodo post 1870.

Il testo originale e le sue varianti celebravano, dunque,  la rivoluzione e la libertà, spesso evocando la “Repubblica” prima di focalizzarsi su ideali socialisti. 

Nel 1908, Carlo Tuzzi scrisse una versione del testo che ha contribuito alla forma attualmente  nota, orientandola verso il socialismo, modificata ancora,successivamente, dal movimento comunista. 

L’altra canzone  soggetta a questa sorta di ”esproprio proletario”, è “Bella Ciao”, della quale  Enrico Martelloni rivendica l’origine ucrainain una sorta di mescolanza con la lingua yiddish degli ebrei Ashkenaziti  e sarebbe in realtà l’incisione del 1919 di Mishka Ziganoff, ebreo, ucraino di Odessa della canzone “Koilen”. Ne esistono almeno  due registrazioni provenienti dagli Stati Uniti: una del 1921 di Abraham Moskowitz e una del 1922 di Morris Goldstein.

Fu Yves Montand (1921-1991), al secolo Ivo Livi, a portarla al successo nella versione italiana, registrandola nel 1964, contribuendo a darne diffusione internazionale. Ives Montand, il cui nome si legò per molto tempo alla grande cantante francese Edith Piaf, era nato a Monsummano Terme, all’epoca in provincia di Lucca (il comune sarebbe poi passato, nel 1928, alla neonata provincia di Pistoia). I genitori Giovanni Livi e Giuseppina Simoni, attivisti socialisti, dopo l’avvento del fascismo dovettero emigrare con Ivo e altri sue figli a Marsiglia, dove il 21 giugno 1939 a diciotto anni Ivo (Yves) esordì, vestito da cowboy, all’Alcazar, con un brano scritto apposta da Charles Humel, un musicista cieco. 

“Prima del 1945 “Bella ciao” la cantavano – secondo Luciano Granozzi, docente di Storia contemporanea all’università di Catania – solo alcuni gruppi di partigiani nel modenese e attorno a Bologna. La canzone più amata dai partigiani, comunque, era “Fischia il vento” che però era troppo “comunista”. Innanzitutto era innestata sull’aria di una canzonetta sovietica del 1938, dedicata alla bella Katiuscia e le parole si prestavano ad equivoci. Questa “vittoria” di “Bella ciao” è stata studiata bene da Cesare Bermani, autore di uno scritto pionieristico sul canto sociale in Italia, che ha parlato di “invenzione di una tradizione”. E poi, a consacrare il tutto, è arrivata la “cantante popolare” Giovanna Daffini, che l’ha presentata al pubblico con il titolo “La “voce delle mondine”, a Reggio Emilia, nel 1962. In essa non si parla di partigiani, ma di una giornata di lavoro delle ragazze nelle risaie di Vercelli e Novara, prima della seconda guerra mondiale: “Alla mattina, appena alzate / o bella ciao, bella ciao, ciao, ciao / alla mattina, appena alzate / laggiù in risaia ci tocca andar”.

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Nel teatro di guerra oltre alle armi

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