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Anniversario dimenticato, il 7 aprile 1926 muore Giovanni Amendola dopo le bastonature degli squadristi

Roberto Pizzi.

Il giorno che sta volgendo al termine non deve passare senza nemmeno  un pensiero verso  un personaggio  che fu avversario di ogni totalitarismo, che spese la  sua vita per difendere il principio di libertà, che fu contrario al nazionalismo estremistico e illiberale, nonché ad ogni forma di dannunzianesimo, che combatté la sinistra massimalista e confusionaria, ma che principalmente,  a prezzo della sua vita, si oppose con tutte le sue forze allo squadrismo fascista.

Di lui è da ricordare anche il merito di essere stato l’ispiratore, insieme a Francesco Saverio Nitti, di quel mirabile giornale  Il Mondodi indirizzo democratico, e di strenua opposizione al fascismo, il cui primo numero uscì il 26 gennaio 1922. Tale testata fu un nobile esempio per l’omonimo settimanale che uscì a Roma dal 1949 al 1966, diretto dal lucchese Mario  Pannunzio,  che fu il principale e rimpianto punto di riferimento della gracile cultura laica italiana.

Amendola era nato a Napoli il 15 aprile del 1882, da una famiglia originale di Sarno, ossia di quella cittadina distante pochi chilometri da Nola, la patria di Giordano Bruno.

Morì a Cannes il 7 aprile 1926.  La sua opposizione al fascismo si manifestò in particolare, dopo il delitto Matteotti e lo rese uno dei più temuti  avversari della dittatura, che reagì con durezza nei suoi confronti.  Lo dimostrano il “fermo” nella sua abitazione, a Salerno il 15 dicembre del 1923, in occasione di una visita del re in quella città, e l’aggressione subita a Roma, in via Francesco Crispi, il 26 dello stesso mese, cui segui la “fascistizzazione” delle amministrazioni locali nel Salernitano fino allora amendoliane.

Amendola subiva una seconda aggressione a Roma, in via dei Serpenti, il 5 aprile 1925.

Ma la violenza che subì il 25 luglio di quell’anno, sulla strada fra Montecatini e Pistoia segnò la sua fine. Era giunto a Montecatini per la cura delle acque a beneficio del fegato. Non pensava che da lì a poco avrebbe subìto quella brutale aggressione che un anno dopo ne provocava la morte. Appena si sparse la voce del suo arrivo nella città termale, davanti all’albergo dove alloggiava arrivarono decine di fascisti per contestare la presenza del leader dell’opposizione. Si imbastì, poi, per evitare un altro caso Matteotti, la messinscena di inviare  dei rinforzi da Lucca per evitare l’aggressione nei confronti di Amendola. In realtà il capo dei fascisti della Lucchesia, Carlo Scorza aveva architettato un agguato all’esponente antifascista, facendo finta di aiutarlo a fuggire di nascosto dall’albergo dove alloggiava. Da sottolineare che Carlo Scorza, calabrese nato a  Paola nel 1897, fu un personaggio non di secondaria importanza nella storia del Fascismo nazionale, che arriverà a ricoprire la massima carica di Segretario generale del PNF, e che fu definito “uomo dai mille misteri”Dopo il 25 aprile riuscì a fuggire in Argentina dove visse fino al 1955, rientrando indisturbato in Italia, dove morì a Castagno d’Andrea, vicino a Firenze, nel 1988. 

Il piano progettato da Scorza era di fare salire Amendola su di un’auto guidata da alcuni squadristi,con la promessa di portarlo alla stazione ferroviaria di Pistoia. Ma una volta superata Pieve a Nievole, uscita dalla giurisdizione territoriale lucchese di Scorza,  la macchina veniva costretta a fermarsi a causa di un tronco d’albero messo ad ostruire la strada. A quel punto scattava l’imboscata ed alcuni squadristi bastonavano ferocemente Amendola, riducendolo in fin di vita. 

Nei mesi successivi le sue condizioni di salute peggiorarono: si recò per due volte in Francia. Sempre malandato in salute, rientrò in Italia, ma alla fine dell’anno tornava di nuovo a curarsi in Francia. I postumi dell’aggressione di Montecatini ormai lo portavano alla morte, avvenuta in una clinica nei pressi di Cannes,  proprio cento anni fa, il 7 aprile del 1926. 

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