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Al Monte dei Paschi da sempre storie di duelli tra presidente e direttore generale

Stefano Bisi.

La storia del Monte dei Paschi, la banca più antica del mondo, è fatta di duelli tra il presidente e il direttore generale, che fino a quando la banca era istituto di credito di diritto pubblico si chiamava provveditore. In questo periodo abbiamo assistito allo scontro tra il presidente Nicola Maione e l’amministratore delegato e direttore generale Luigi Lovaglio che ha portato alla revoca delle deleghe dell’ad. In passato epiche le baruffe tra Piero Barucci presidente, e Carlo Zini provveditore. Lo scontro cruento avvenne per l’acquisto della Banca popolare siciliana di Canicattì. Ne parlo in “Facce da Monte” edito da Betti che sarà presentato l’1 aprile alle 17 a Palazzo Sacrati Strozzi in piazza del duomo a Firenze con il presidente della Regione Eugenio Giani e il professore dell’università di Siena Giovanni Minnucci.

Nella riunione della deputazione del 12 aprile 1990 fa fuoco e fiamme. Barucci si infuria e dice che “il quadro quindi è che noi abbiamo subito una menomazione reddituale e una menomazione patrimoniale. Sono stati sottratti dal patrimonio del Monte, una volta che si addivenisse alla fusione, alcuni miliardi: è stata sottratta alla capacità del Monte di produrre reddito nel futuro per alcuni miliardi ogni anno. Questi sono i dati di fatto. Ogni atto che noi compissimo senza denunciare questi stati di fatto non sarebbe una scelta imprenditoriale; sarebbe la giustificazione di una sottrazione di reddito e di capitale che altri ci hanno fatto”. E Barucci votò contro l’acquisizione, insieme a Barellini, e questa sconfitta bruciante lo convinse a lasciare Rocca Salimbeni e accettare la nomina ad amministratore delegato del Credito italiano. Ricordò che mi invitò nel suo ufficio per salutarmi. “La ringrazio per aver sostenuto la battaglia contro l’acquisto della Banca popolare siciliana ma devo dirle che nei suoi scritti non emerge l’amore per il Monte. Deve voler bene a questa banca che non ha bisogno della trasformazione in società per azioni perché è sottoposta a un controllo permanente, quotidiano, ora per ora” mi disse Barucci. Accanto a lui il capo della segretaria Antonio Fiorito che annuiva, mentre nelle stanze vicine si brindava all’acquisto di Canicattì e alla partenza di Piero, il banchiere demitiano che aveva provato a fare il Pierino ma era stato battuto, come la sua Fiorentina dell’82, che aveva perso lo scudetto all’ultima giornata ma con onore. Proprio come Barucci.

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