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Aiuti agli ebrei dai laici lucchesi

Roberto Pizzi.

Non furono solo i religiosi ad prestare questi soccorsi umanitari in Lucchesia: da rivalutare anche altri diversi laici, quali il tipografo Ottavivo Malanima, di Via Nuova, che di notte e da solo per non compromettere i propri operai, stampava carte di identità false, attività svolta clandestinamente anche dal litografo Guido Angeli di via della Zecca; o come il medico Frediano Francesconi, il quale – come riportato nella testimonianza scritta di don Renzo Tambellini – “nonostante fosse massone” era stato sempre benefico con tutti. Ed è grazie alla testimonianza del sacerdote che veniamo a conoscenza dell’intervento drammatico, compiuto clandestinamente ed in extremis, da parte dell’otorino lucchese, che permise di salvare la vita ad una anziana signora israelita che stava soffocando per aver inghiottito un pezzo della sua protesi dentaria. Come l’anonimo “ingegnere”, vedovo, che nella sua casa di piazza S. Michele, dalle cui finestre si vedeva “il fornaio, la farmacia, il negozio di scarpe”, dette rifugio ai primi giorni lucchesi di Ludwig Greve e sua madre. Così, l’ebreo di Stoccarda ce lo descrive nelle sue memorie: “uomo tranquillo, sulla cinquantina.., dai capelli grigi, che teneva di solito il capo chino” e che sembrava appartenere ad altri tempi. Come ad altri tempi sembra appartenere il silenzio nel commiato, senza ringraziamenti inutili, accompagnato solo dall’atto del dono che non aspetta di essere contraccambiato, di un pacco di carta gialla con dentro pasta, olive, caffè ed altri generi alimentari. Scavando ancora tra la ritrosia, quante altre sorprese che rendono giustizia di certi luoghi comuni sui nostri concittadini. La famiglia Quiriconi, che nascose per mesi nella sua casa di via Nuova, al n. 61, un illustre clinico genovese, insieme alla sua assistente.

​Il conte Pagliano, diplomatico in pensione, di origine piemontese, dava rifugio nella sua villa di Monte San Quirico, dalla parte settentrionale del fiume Serchio, ad un bambino ebreo, oltre che ad un ufficiale dell’esercito ricercato dai fascisti e a Giuseppe De Gennaro del C.L.N. lucchese.

In Corte Fornacette, a Montuolo, Giulio d’Angina, ex dipendente dell’Enel,  ospitava, invece, Gino Modigliani e sua moglie, ebrei viareggini. Un figlio di questi ultimi, Angelo Modigliani, che abita tutt’ora a Viareggio, trovava rifugio presso un altra famiglia della zona. Un’altra loro figlia, Milena, insieme al marito, Aldo Procaccia, cercava rifugio poco distante, a Cerasomma, dove però, il 6 dicembre 1943, veniva arrestata. Nella retata finivano anche Elda Procaccia, sorella di Aldo, insieme al marito, Loris Pacifici e Amedeo Procaccia con la moglie Jole Benedetti, genitori di Aldo ed Elda.

Milena Modigliani e Aldo Procaccia avevano con loro il figlio Paolo, di un anno; l’altra famiglia Pacifici aveva la piccola Luciana di appena 9 mesi. Tre famiglie, Otto persone: tutte internate a Villa Cardinali di Bagni di Lucca. Tutte deportate ed uccise ad Auschwitz.

Di fronte a questo ennesimo dramma familiare, Bruno D’Angina, l’ospite dei genitori di alcuni di questi deportati, non esitò, a rischio della vita, a portare il suo aiuto. Divenne, infatti, intermediario verso i Procaccia ed i Pacifici internati nella cittadina della Val di Lima. Per tre volte partì da Lucca per portare viveri e notizie alle sfortunate famiglie. L’ultima gita, però, destava il sospetto delle guardie del campo, le quali trovavano nel pacco recapitato anche una lettera dalla quale si deduceva la presenza in libertà di alcuni parenti degli internati, “certi” Ivonne e Sergio, dei quali D’Angina fingeva di non conoscere il cognome. Maltrattato e schiaffeggiato da un milite, fu allora consegnato ai carabinieri di Bagni di Lucca e poi portato nella caserma di S. Concordio, nel capoluogo e nello stesso giorno rinchiuso nel carcere di S. Giorgio, per 16 giorni. I suoi carcerieri gli avevano annunciato che la sua sorte era legata alla costituzione o alla cattura del fantomatico “Sergio”. In difetto, per il protettore degli ebrei D’Angina Giulio, ci sarebbe stata la fucilazione. La sorte volle che “Sergio”, cioè Sergio Oreste Molco, di Viareggio, marito di Jvonne Procaccia (la sorella dell’internato Aldo) fosse arrestato a Lucca dai fascisti, la mattina del 20 gennaio 1944, mentre si apprestava a rifornire di viveri i poveri parenti e i loro piccoli, reclusi in Villa Cardinali. Bruno D’Angina venne rimesso in libertà, mentre i 30 gennaio Sergio Molco e gli altri parenti intemati a Bagni di Lucca I ritrovavano per sempre nel campo di sterminio di Auschwitz.

Non ultimo per importanza, infine, da ricordare il coraggio del prof. Mazzino Montinari (celebre studioso di Nietzsche) all’epoca appena sedicenne. Espulso insieme ad altri studenti dal Liceo classico “Niccolò Machiavelli”, per aver partecipato ad uno sciopero di protesta contro il regime fascista, il giovane Montinari si ribellò all’iniquità delle leggi razziali ed avendo dei parenti in Valtellina, decise di aiutare l’espatrio in Svizzera, di un giovane ebreo, amico di famiglia. Andato felicemente in porto il primo viaggio, ripeté altre volte l’operazione: quando Mazzino Montinari si assentava per qualche giorno da Lucca, qualche ebreo o qualche perseguitato politico, transitando lungo i sentieri dei contrabbandieri, si apprestava a raggiungere la valle dei Grigioni. 

Aiuti agli ebrei dai laici lucchesi

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