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A Sderot la realtà virtuale racconta l’orrore del 7 ottobre

Ariel Piccini Warschauer.

Guidando nel silenzio del deserto del Negev, la linea dell’orizzonte si spezza all’improvviso sui contorni di Givat Kobi. Su questa collina, a meno di ottocento metri dal confine con la Striscia di Gaza, la storia recente d’Israele è scritta nella geografia: da un lato la torretta d’avvistamento militare che scruta la “linea gialla”, dall’altro la distesa ordinata di kibbutz che cercano faticosamente di ritrovare una loro quotidianità e la normalità dopo la strage. Ma è ai piedi di questa altura che il passato più doloroso si è fatto pixel, trasformandosi nel primo memoriale multimediale dedicato al 7 ottobre 2023. Un esperimento di memoria digitale collettiva nato per dare un palcoscenico globale al trauma del “Black Shabbat”.

Questo luogo, dove presente militare e cicatrici storiche si intrecciano in modo indissolubile, risponde oggi a un imperativo categorico radicato profondamente nella cultura israeliana: documentare, per fare in modo che ciò che è stato non avvenga mai più. Una declinazione tecnologica dello stesso filo logico che decenni fa ha dato vita allo Yad Vashem, nata dalla collaborazione tra l’associazione per i diritti umani Israel-Is e la municipalità locale.

Il cuore di questa esperienza, battezzata “Survived to Tell” (Sopravvissuti per raccontare), si sviluppa in un percorso di quaranta minuti che scuote i sensi. Non ci sono solo reperti statici, ma venti schermi – in parte interattivi – che riproducono i filmati integrali di quelle ore. La vera frattura emotiva avviene però quando si indossano i visori per la realtà virtuale.

Attraverso gli occhi dei ragazzi scampati al massacro del festival musicale Nova, il visitatore viene catapultato direttamente nel teatro della tragedia. Il racconto sonoro parte dal cinguettio degli uccelli all’alba di quel sabato di Simchat Torah, La gioia della Torah”) una delle festività più allegre e sentite del calendario ebraico, quando “i ragazzi dormivano e i bambini giocavano”, per poi precipitare nel caos. Le immagini mostrano una realtà complessa che scardina i cliché: al festival non c’erano solo giovani ebrei di Tel Aviv, ma anche esponenti della comunità drusa e arabo-israeliana. Come il ragazzo che, nel video, racconta con voce rotta lo sforzo disperato per portare in salvo i propri amici sotto la pioggia di proiettili.

“Per i sopravvissuti raccontare le proprie storie ha un duplice scopo: educare il mondo ed elaborare il proprio trauma”, spiega Bar Naor, un giovane soldato dell’Idf che accoglie i visitatori all’interno della struttura.

Se da un lato il memoriale – che offre anche spazi di ascolto e sale conferenze – ha già registrato migliaia di ingressi, dall’altro deve fare i conti con la dura realtà del presente. Il drastico calo del turismo internazionale causato dal perdurare del conflitto nella regione rischia di isolare queste storie all’interno dei confini nazionali.

Per questo motivo, Israel-Is ha deciso di rendere il progetto itinerante, portando i visori e l’esperienza multimediale fuori dal Paese. Le tappe principali sono i campus universitari di Stati Uniti e Canada, dove si punta a raggiungere un pubblico giovane, spesso esposto a flussi di informazione polarizzati o parziali sui social media.

Davanti alla collina di Kobi, dove il Monumento dei Quattro ricorda i caduti del 2014 e l’Idf continua a monitorare la Striscia a occhio nudo, la tecnologia prova a farsi scudo contro l’oblio. “La nostra – conclude Bar Naor – non è solo una storia di lutto e orrore, ma di resilienza e speranza di pace per il nostro popolo”.

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E’ crudele lasciare in fila per ore

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