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A Montalcino il cibo come idea di futuro, il libro di Mauro Rosati e una lezione sulla Dop economy

Andrea Bianchi Sugarelli.

Non poteva che essere Montalcino, con la sua storia agricola e la sua capacità di trasformare un prodotto in racconto collettivo, il luogo scelto per la presentazione de “La filosofia della Dop economy. Come il cibo di qualità può generare cultura, comunità e futuro” di Mauro Rosati (nella foto), edito da Treccani con prefazione di Umberto Galimberti. Nella chiesa di Sant’Agostino, il libro è stato al centro di un confronto che ha unito impresa, territorio, finanza, istituzioni e cultura.

Remo Grassi, presidente della Fondazione Territoriale del Brunello di Montalcino, e Giacomo Bartolommei, presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino hanno portato i saluti riflettendo sul punto di partenza valoriale: Montalcino non è una semplice cornice, ma un caso emblematico. In poco meno di sessant’anni, da territorio impoverito dalla crisi della mezzadria e dallo spopolamento, è diventato uno dei modelli più riconoscibili della capacità italiana di costruire valore intorno a una Dop.

Su questo asse si è inserito l’intervento di Maurizio Bai, vicedirettore generale di Banca Mps, che ha ricostruito il percorso con cui l’istituto senese ha scelto di investire nella Dop economy già dal 2019 con plafond dedicati, il progetto Mps Agridop, l’internazionalizzazione con Assocamerestero e, più di recente, “Banca Verde Agridop”, strumento pensato per sostenibilità e transizione ecologica. Un passaggio interessante, perché ha mostrato come la qualità certificata non sia soltanto un tema agricolo, ma anche finanziario e strategico. Una filiera di qualità, insomma, ha bisogno di essere accompagnata anche sul terreno del credito e degli investimenti.

A offrire una chiave di lettura più ampia è stato Gabriele Gorelli, Master of Wine e membro del comitato scientifico di Qualivita, che ha collocato il volume di Rosati dentro una riflessione più larga sul rapporto fra radici, identità e costruzione del valore. Lo stesso autore ha insistito sul punto che il cibo di qualità non produce solo mercato, ma anche cultura, senso di appartenenza e nuove economie territoriali. L’esempio del Cioccolato di Modica Igp, richiamato durante la serata, è servito a spiegare bene il meccanismo. Quando una filiera sa organizzarsi, tutelarsi e raccontarsi, il prodotto cambia anche il destino del territorio.

A chiudere l’incontro, il senatore Silvio Franceschelli, sindaco di Montalcino, che ha riportato il discorso al valore della comunità: “In territori dove la concorrenza è forte, il punto decisivo resta la capacità di tenere insieme impresa, socialità, territorio e bene comune”.

È proprio qui che il libro di Rosati prova a giocare la sua partita. “La filosofia della Dop economy” non è soltanto un saggio sulle denominazioni, ma un tentativo di dare loro una forma di pensiero. L’idea di fondo è netta. Le Indicazioni geografiche non sono solo strumenti di tutela o marchi di mercato, ma sistemi complessi che organizzano produzione, identità, relazioni, istituzioni e perfino visioni del futuro.

La prima parte del volume è quella che più apertamente costruisce questa tesi. Rosati individua sei parole chiave, economia, cultura, identità, comunità, istituzioni, democrazia. Non le usa come slogan, ma come assi di lettura. L’economia, per esempio, non viene intesa solo in termini di fatturato o export, ma come capacità di un territorio di generare valore senza consumare sé stesso. È qui che compare una delle idee più interessanti del libro, quella di “economia geografica”, cioè di un valore che non dipende soltanto dal prodotto, ma dal suo rapporto con il luogo, con l’immaginario e con la reputazione costruita nel tempo.

Il capitolo dedicato alla cultura è uno dei più riusciti. Rosati insiste sul fatto che le Dop e le Igp non siano una semplice eredità da conservare, ma una forma viva di produzione culturale. Il cibo, in questa prospettiva, diventa un linguaggio che parla di biodiversità, tradizioni, tecniche, memoria, arti figurative, archivi, letteratura. Non è una posizione nostalgica. Al contrario, il libro prova a dire che la tradizione resta tale solo se sa trasformarsi senza tradirsi. È un passaggio importante, anche perché sottrae il discorso sul tipico a una retorica museale che spesso lo impoverisce.

Il tema dell’identità occupa un altro spazio centrale. Qui Rosati si muove su un terreno delicato e interessante. L’identità non viene descritta come qualcosa di fisso o di puro, ma come il risultato di un intreccio tra origine, riconoscimento, simboli, appartenenza. È un’identità che cambia, che assorbe contaminazioni e che ha bisogno di essere continuamente riconfermata. Anche in questo caso il cibo viene letto come un punto di incontro tra dimensione personale, sociale e territoriale. Mangiare, produrre, scegliere un alimento significa anche prendere posizione dentro una geografia di valori.

Molto convincente è poi la parte sulla comunità. Rosati mette a fuoco un aspetto che chi osserva da vicino le filiere conosce bene, ma che raramente viene raccontato con chiarezza. Una denominazione funziona davvero quando riesce a costruire coesione, cooperazione, fiducia, senso del limite e del bene comune. Non basta un disciplinare, non bastano i controlli, non basta il marchio. Serve una comunità che si riconosca nel prodotto e che accetti di considerarlo un patrimonio condiviso. In questo passaggio il libro diventa particolarmente vivo, perché si capisce che la Dop economy non è solo un sistema economico, ma anche un laboratorio di relazioni civili.

La parte sulle istituzioni è forse la più politica. E anche una delle più utili. Il direttore della Fondazione Qualivita ricostruisce il ruolo dei Consorzi di tutela non come semplici soggetti di rappresentanza, ma come vere architetture di governo territoriale. È una lettura forte, ma fondata. I Consorzi, nel libro, vengono descritti come luoghi in cui una comunità si dà regole, custodisce un nome, organizza il mercato, difende la reputazione, promuove cultura. È un passaggio importante perché sottrae il discorso sulle denominazioni a una lettura puramente commerciale e lo restituisce a una dimensione più alta, quasi costituzionale.

Non meno interessante il capitolo dedicato alla democrazia del cibo. Qui Rosati cerca di dimostrare che le Indicazioni Geografiche possono essere lette anche come una forma concreta di partecipazione, trasparenza e responsabilità pubblica. L’argomento è ambizioso, ma il libro lo sostiene con un ragionamento chiaro. Se una filiera organizzata produce regole condivise, controlli indipendenti, accesso all’informazione, difesa del bene comune e distribuzione di valore sul territorio, allora svolge anche una funzione democratica. È un punto che farà discutere, e forse è giusto così.

La seconda parte del libro cambia registro e diventa quasi una geografia ragionata dell’Italia delle denominazioni. Regione per regione, Mauro Rosati costruisce un atlante che unisce dati economici, paesaggi, patrimoni culturali, memoria storica e produzione. È una sezione molto ampia, ma mai puramente descrittiva. Dietro ogni territorio si legge una domanda di fondo, quella sul rapporto tra luogo e qualità, tra risorse naturali e capacità di organizzazione, tra patrimonio e sviluppo. Qui il libro acquista anche una funzione divulgativa forte, perché rende leggibile un sistema che spesso viene percepito solo per frammenti.

La terza parte è forse la più narrativa e la più vicina alla sensibilità del lettore contemporaneo. Le esperienze concrete, dal Prosecco al Brunello, dal Cioccolato di Modica alla Burrata di Andria, servono a mostrare come la Dop economy si sia costruita davvero, dentro scelte, conflitti, intuizioni, politiche, errori e successi. Subito dopo arrivano le contraddizioni, il rapporto difficile con la grande distribuzione, le contraffazioni, le denominazioni usate come trofei, le pressioni ambientali, il rischio di trasformare il paesaggio agricolo in una cartolina. È qui che il libro evita la celebrazione e prova invece a interrogare il sistema.

Infine ci sono le sfide, forse la parte più aperta e più urgente del volume. Il multilateralismo che si indebolisce, il valore strategico dell’agroalimentare, il tema del lavoro e delle migrazioni, il ricambio generazionale, il rapporto tra città e campagna, il clima. Rosati non offre soluzioni definitive, ma prova a dire una cosa semplice e insieme impegnativa. Se le Indicazioni Geografiche vogliono continuare a contare, devono assumersi un ruolo più maturo, più consapevole, più civico.

Alla fine, il pregio del libro di Mauro Rosati edito da Treccani sta proprio in questo. Non riduce il cibo a un catalogo di eccellenze, ma lo tratta come una forma di organizzazione del mondo. È un libro che parla di prodotti, certo, ma ancora di più parla di vita, di comunità, di regole, di territori, di cultura condivisa, di felicità, di democrazia. E la presentazione di Montalcino ha funzionato proprio perché ha restituito al volume di 400 pagine il suo contesto naturale. Un luogo in cui il prodotto non è mai solo prodotto, ma una parte del modo in cui una comunità si riconosce, cresce e prova a immaginare il proprio domani.

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