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Donald Trump e Vladimir Putin prigionieri di guerre fallimentari

Giorgio Ferrari su Avvenire costruisce un ritratto parallelo di Donald Trump e Vladimir Putin come leader isolati, evocando immagini letterarie di solitudine e desolazione per descriverne la parabola discendente. Entrambi appaiono prigionieri di guerre fallimentari e incapaci di trovare una via d’uscita, mentre il loro consenso interno si erode. Nel caso di Trump, il quadro è segnato da difficoltà crescenti: contrasti con la Corte Suprema sui dazi, un debito pubblico record, tensioni con la Fed, politiche internazionali incoerenti e un isolamento crescente rispetto agli alleati tradizionali. Le sue ambizioni di leadership globale – dalla “Pax Trumpiana” in Medio Oriente alla promessa di risolvere conflitti – risultano disattese, mentre nuove iniziative militari, come il coinvolgimento contro l’Iran, rischiano di aggravare l’instabilità globale e di avere ricadute pesanti anche sull’economia americana, colpendo in particolare la classe media. Specularmente, Putin appare indebolito sul piano interno e simbolico: la celebrazione della vittoria sovietica si svuota di significato, mentre la guerra in Ucraina si rivela lunga, costosa e senza esiti decisivi. Il leader russo è descritto come accerchiato, diffidente, sostenuto da élite sempre meno convinte e costretto a misure di sicurezza straordinarie, segno di fragilità più che di forza. In entrambi i casi, la propaganda non basta più a nascondere le difficoltà strutturali. Il risultato è un doppio isolamento: Trump come possibile “paria” di un ordine internazionale che egli stesso contribuisce a destabilizzare, e Putin come leader intrappolato in un conflitto che non può vincere né chiudere senza perdere prestigio. La conclusione è amara: due protagonisti della scena globale accomunati da solitudine politica e declino, più da osservare che da compiangere.

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