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Quando l’Occidente cercava di avvicinare la Russia all’Occidente

Giulio Sapelli su Libero ricorda la propria esperienza al Club Valdai nei primi anni Duemila, quando rappresentava uno spazio di confronto tra studiosi internazionali con l’obiettivo di avvicinare la Russia all’Occidente, fino a ipotizzarne l’integrazione in Unione europea e Nato. In quella fase, segnata dall’eredità di Michail Gorbaciov, si cercava di proseguire un processo di apertura che non si era interrotto neppure con la crisi del periodo di Boris Eltsin, mentre l’ascesa di Vladimir Putin veniva letta come una reazione volta a difendere sovranità e risorse nazionali senza chiudere il dialogo con l’Occidente. Il Valdai mirava a evitare la formazione di una nuova linea di frattura lungo l’asse ucraino-polacco-baltico, che avrebbe potuto trasformarsi in una nuova Cortina di ferro priva del precedente equilibrio della Guerra fredda. Una Russia indebolita avrebbe infatti sviluppato un senso di accerchiamento, con il rischio di reazioni aggressive. Questo timore era condiviso da studiosi come Hélène Carrère d’Encausse, che aveva previsto come il risentimento per la perdita di potenza potesse sfociare in conflitti, come poi avvenuto con la guerra in Ucraina. L’autore sottolinea come il dialogo di allora, anche diretto con Putin, mirasse a disinnescare tali dinamiche, ma non sia riuscito a evitare l’evoluzione successiva. La fine della Guerra fredda, osserva Sapelli, non è stata accompagnata dalla costruzione di un nuovo equilibrio internazionale: venuto meno il bilanciamento tra blocchi, non si è affermata una stabilità alternativa. In questo vuoto, le potenze si muovono in modo competitivo e gli Stati Uniti faticano a esercitare una funzione egemonica efficace, ricorrendo più spesso alla forza. Ne deriva un contesto di crescente instabilità, in cui tensioni e conflitti si moltiplicano, confermando come il mancato consolidamento di un ordine condiviso dopo il 1989 abbia contribuito alle crisi attuali.

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