Garlasco, Andrea Sempio e quel foglio gettato nel buio
Ariel Piccini Warschauer.
C’è un’immagine che, più di ogni altra, sembra aver impresso una svolta psicologica, prima ancora che giudiziaria, alla nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi. È l’immagine di un uomo che, nel cuore della notte, guida verso la periferia, lontano da sguardi indiscreti, per disfarsi di un pezzetto di carta. Quell’uomo è Andrea Sempio. E quel foglio, recuperato dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano tra i rifiuti e la polvere della strada, è oggi uno dei pilastri della nuova informativa che punta l’indice contro l’amico del fratello della vittima.
Il nervosismo del «nuovo» indagato
Mentre per lo Stato il caso è chiuso con la condanna definitiva di Alberto Stasi, la Procura di Pavia sta scrivendo una narrazione radicalmente diversa. Tutto parte da una notifica di routine nel febbraio 2025. Sempio, secondo i verbali, reagisce con un’inquietudine che gli inquirenti definiscono «anomala». Non è più il ragazzo schivo del 2007, ma un uomo braccato dai propri stessi pensieri e da un passato che sembra perseguitarlo.
Le intercettazioni e i pedinamenti dei Carabinieri restituiscono il ritratto di un sospettato che parla da solo in auto, che impreca contro il passato e che sembra ossessionato da ciò che la tecnologia moderna potrebbe ancora scovare tra le pieghe di un delitto vecchio di quasi vent’anni. «Cosa hanno trovato?», si chiede tra sé e sé. Una domanda che per chi indaga suona come una mezza ammissione.
«Il sangue c’era»: le frasi del manoscritto
Ma è il manoscritto il vero «corpo del reato» di questa fase. Gli esperti del RIS e i grafologi della Procura hanno analizzato quelle poche righe vergate a mano sul foglio gettato via da Sempio. Frasi spezzate, quasi dei promemoria del subconscio:
«Il sangue c’era», un riferimento che per i militari non può essere casuale, vista la dinamica della scena del crimine in via Pascoli.
«Bella stro…», un insulto strozzato, forse rivolto alla memoria di quella povera ragazza che Sempio conosceva e che, secondo la nuova tesi accusatoria, avrebbe ucciso in un impeto di rabbia e di frustrazione per essere stato respinto.
L’informativa dei Carabinieri non si ferma al foglietto. Scava nel «mondo digitale» di Sempio, rivelando una cronologia web definita inquietante. Ricerche su riti satanici, analisi dettagliate di cadaveri e, soprattutto, quelli che gli inquirenti chiamano «test da killer»: una serie di navigazioni mirate a capire come occultare tracce e come resistere agli interrogatori.
Sullo sfondo resta la figura di Alberto Stasi, l’eterno colpevole per la Cassazione, che dal carcere di Bollate continua a professarsi innocente. Se questo nuovo filone dovesse trasformarsi in un processo, ci troveremmo di fronte a un paradosso giuridico senza precedenti: un colpevole che sconta la pena e un nuovo indagato che, con i suoi appunti e i suoi fantasmi, rischia di riscrivere la storia di uno dei delitti più mediatici d’Italia.
L’inchiesta è chiusa. Ora la parola passa alle difese, ma il mistero di Garlasco, dopo diciannove anni, sembra non voler mai trovare pace.





