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Venti di guerra e diplomazia, l’America di Trump chiude “Epic Fury”

Ariel Piccini Warschauer.

Il Medio Oriente non concede tregua, muovendosi freneticamente su quel sottile crinale che separa la distruzione totale da una pace imposta con la forza. Nelle ultime ore, il fragore delle esplosioni nel Kurdistan iracheno ha ricordato al mondo che l’Iran, seppur accerchiato, non ha intenzione di restare a guardare. I droni del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) hanno martellato i quartier generali di Komala, mentre boati sospetti scuotevano i centri nevralgici di Bandar Abbas e Qeshm. Una prova di forza che arriva proprio mentre gli Stati Uniti decidono di rimescolare le carte in tavola.

Intanto, dalle stanze del Dipartimento di Stato, il Segretario Marco Rubio ha lanciato il segnale che molti attendevano, ma che pochi credevano imminente: la fine di “Operation Epic Fury”. L’offensiva americana contro gli asset iraniani viene dichiarata conclusa. «Obiettivi raggiunti», ha scandito Rubio, segnando il passaggio a una postura puramente difensiva. Non è un segnale di debolezza, ma la declinazione pratica della dottrina Trump: colpire duro per poi negoziare da una posizione di assoluta superiorità.

Gli Stati Uniti ora si concentreranno sul mantenimento del blocco navale dei porti iraniani, trasformando la pressione cinetica in una morsa economica asfissiante. È il preludio alla diplomazia dei “deal-maker”, guidata nell’ombra dalle figure di Jared Kushner e Steve Witkoff, già al lavoro per tessere le fila di un nuovo assetto regionale.

Il successo di questa strategia passa inevitabilmente per le acque agitate di Hormuz. La notizia del transito della CS Anthem, petroliera battente bandiera statunitense uscita dallo stretto sotto scorta della US Navy, è il simbolo di una sovranità marittima ripristinata. Tuttavia, il “Project Freedom” — il piano per la riapertura definitiva dello Stretto — vive una fase di stallo calcolato.

Donald Trump, con una mossa che ha spiazzato i falchi del Pentagono, ha ordinato una pausa nelle operazioni di scorta massiccia. Una concessione tattica richiesta da partner regionali come il Pakistan e necessaria per dare ossigeno ai canali negoziali appena aperti. Per il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, però, il perimetro di sicurezza rimane inviolabile: una «cupola rossa, bianca e blu» che Washington considera il proprio regalo alla stabilità del commercio globale.

Se a est si negozia, a nord si continua a sparare. Hezbollah ha rotto il silenzio delle armi lanciando piogge di razzi contro le posizioni dell’IDF nel Libano meridionale. Qui, la diplomazia di Rubio si scontra con la realtà di una milizia che risponde a logiche teocratiche più che statali. Per il Segretario di Stato, la pace tra Israele e Libano è «imminentemente realizzabile», ma la condizione resta la stessa, durissima: il governo di Beirut deve trovare la forza di smantellare lo Stato nello Stato creato dai seguaci di Nasrallah.

Il Grande Gioco mediorientale entra dunque nella sua fase più delicata. Tra droni iraniani e scorte navali americane, la sensazione è che la “furia” stia lasciando il posto a una pace armata, dove il prossimo tweet di Mar-a-Lago potrebbe pesare più di una squadriglia di F-35.

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