Israele ha inviato il sistema Iron Dome e decine di soldati Idf negli Emirati durante la guerra con l’Iran
Ariel Piccini Warschauer.
Il battesimo del fuoco è avvenuto lontano dai confini del Negev o dalle colline della Galilea. Per la prima volta nella storia, le batterie dell’Iron Dome – il gioiello tecnologico della difesa israeliana – hanno operato a protezione di una capitale araba. Succede durante l’Operazione Roaring Lion, l’ultimo capitolo dello scontro frontale tra Israele e l’Iran, un conflitto che ha trasformato la geografia delle alleanze in Medio Oriente.
Secondo fonti d’intelligence e rapporti internazionali, lo schieramento non è stato solo tecnico, ma tattico: insieme ai radar e ai lanciatori, Gerusalemme ha inviato decine di specialisti dell’IDF sul suolo degli Emirati Arabi Uniti. Una mossa senza precedenti che rompe un tabù storico e operativo. Il via libera sarebbe arrivato dopo un telefonata tra il premier Benjamin Netanyahu e il presidente emiratino Mohammed bin Zayed. Non è stata una scelta di cortesia, ma di necessità tattica. I numeri dell’offensiva di Teheran descrivono una saturazione dello spazio aereo senza precedenti: Gli ayatollah hanno fin qui lanciato 560 missili tra balistici e da crociera e oltre 2.250 droni suicidi.
Nonostante la barriera difensiva integrata, la massa d’urto è stata tale da provocare falle nello scudo, con impatti su obiettivi civili e militari nel Golfo. In questo scenario, l’Iron Dome ha operato a complemento dei sistemi Patriot e THAAD di fabbricazione americana, specializzandosi nell’intercettazione di minacce a corto raggio e droni tattici che cercavano di infiltrare il perimetro di Abu Dhabi.
L’asse degli Accordi di Abramo
Se Singapore ha già acquistato il sistema e la Romania è in lista d’attesa, il caso emiratino rappresenta un salto di qualità politico. Gli Accordi di Abramo del 2020 non sono più solo un protocollo diplomatico o commerciale, ma un patto di mutua difesa “de facto”.
Mentre i jet israeliani e americani colpivano i siti di lancio nell’Iran meridionale per alleggerire la pressione sul Golfo, le batterie “made in Israel” monitoravano i cieli di Abu Dhabi. È la dottrina della “difesa regionale” promossa dal Pentagono, dove i radar di diversi Paesi dialogano per neutralizzare i vettori di Teheran.
Il fattore saudita
Resta però un’ombra nella rete difensiva regionale: Riad. Nonostante la partecipazione dell’Arabia Saudita all’ombrello protettivo coordinato dagli Stati Uniti, l’Iron Dome non ha varcato i confini del Regno.
La diplomazia qui segue un binario più lento e tortuoso. Sebbene la cooperazione d’intelligence tra sauditi e israeliani sia un segreto di Pulcinella, la politica ufficiale frena: per la normalizzazione – e per l’arrivo dei sistemi di difesa – i sauditi esigono garanzie sulla questione palestinese e sulla soluzione a due Stati.
Il fronte del Golfo si compatta, ma i tempi della politica restano sfasati rispetto alla rapidità dei missili. Per ora, lo scudo di ferro di Israele si ferma dove iniziano le linee rosse della diplomazia saudita.





