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Israele compie 78 anni, la sfida di Netanyahu e la minaccia di Teheran

Ariel Piccini Warschauer.

Un compleanno vissuto sull’attenti, tra l’orgoglio di una nazione che ha risposto colpo su colpo a una guerra combattuta contemporaneamente su sette fronti e la consapevolezza che la partita, in Medio Oriente, non è ancora del tutto chiusa. Israele celebra oggi il suo 78° anno di vita e di Indipendenza, un Yom Ha’atzmaut che arriva all’indomani di un Giorno della Memoria particolarmente intenso, in cui il premier Benjamin Netanyahu ha rivendicato con forza un risultato storico: “Abbiamo rimosso una vera e propria minaccia esistenziale”.

La dottrina della fermezza

Le parole del Primo Ministro non sono solo retorica da cerimonia, ma la fotografia di una strategia che ha cambiato il volto del conflitto regionale. Sotto la guida di un asse di ferro con Washington, Israele ha inferto colpi durissimi a quello che Netanyahu definisce l'”industria della morte” del regime degli Ayatollah. La linea di Gerusalemme è chiara: la sicurezza non è un concetto negoziabile, ma un obiettivo da garantire attraverso la superiorità tecnologica e militare.

L’operazione “Leone Ruggente” non è stata solo un’azione bellica, ma un monito globale. E a confermare quanto profondo sia stato il coinvolgimento dell’intelligence è arrivata la rivelazione choc del capo del Mossad, David Barnea: un agente, identificato solo come “M.”, è caduto in azione all’estero. Una notizia che squarcia il velo sulla guerra delle spie che il Mossad sta conducendo con successo chirurgico contro i vertici del terrore iraniano.

Mentre a Gerusalemme sventolano le bandiere, gli occhi sono puntati su Washington. Il presidente Donald Trump ha alzato il livello dello scontro, parlando apertamente di siti nucleari iraniani ormai “obliterati” dopo le massicce operazioni americane. La linea della Casa Bianca è il paradigma della “pace attraverso la forza”: una strategia che ha messo Teheran all’angolo, costringendo il regime a una disperata ricerca di una tregua mentre vede sgretolarsi il proprio arsenale di missili e droni.

Il cessate il fuoco attualmente in vigore rimane un passaggio tattico, non una resa. L’amministrazione americana non intende allentare la pressione fino a quando non si giungerà a una soluzione definitiva che garantisca la neutralizzazione delle ambizioni atomiche iraniane.

In questo scenario di fuoco, Israele continua la sua corsa demografica: oltre 10 milioni e 240 mila abitanti, un segno tangibile di una vitalità che non si lascia piegare dalle minacce esterne. Certo, non mancano le frizioni. Le polemiche durante le cerimonie ufficiali – con il premier contestato da alcune famiglie di ostaggi e vittime – testimoniano un Paese vivo, democratico e, per sua stessa natura, difficile da governare.

Ma al di là dei dissidi interni, il messaggio che arriva da Gerusalemme in questo 78° anniversario è netto: Israele è un baluardo della democrazia in medioriente che ha saputo riprendere in mano il proprio destino. Chi pensava di poterlo soffocare in un “cerchio di fuoco” ha trovato davanti a sé un muro di resilienza. La sfida per il futuro è ora trasformare questo successo militare in una stabilità regionale duratura, senza cedere un millimetro sulla propria sicurezza.

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Edoardo
Edoardo
3 ore fa

Eccellente