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Il pericolo di utilizzare Dio in politica

La direttrice Agnese Pini nell’editoriale sul Quotidiano Nazionale mette in guardia dai pericoli dell’utilizzo di Dio in politica. Mancava giusto Pulp Fiction, Samuel L. Jackson (mitologico, non c’è che dire) in cravatta e occhiali neri, Ezechiele 25,17 reinterpretato dalla fantasia di Quentin Tarantino: “Il cammino dell’aviatore abbattuto è assediato da ogni parte dalle iniquità degli egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Colpirò con grande vendetta e furiosa ira… amen”. 

Pentagono, 16 aprile 2026. A citare Pulp Fiction credendo di citare la Bibbia è il rapace ministro della Guerra Pete Hegseth (per lui la cravatta è rossa, protocollare), nel suo discorso alla memoria di un soldato ucciso in Iran.

Non fosse l’ennesima abnormità con cui sacro e profano si mescolano con inquietante forza bruta nel discorso pubblico americano, avremmo potuto derubricare l’episodio a una boutade da avanspettacolo. Ma nel mondo trumpiano il cortocircuito tra palco e realtà è ormai scivolato, irrimediabilmente, dal grottesco al tragico e dunque conviene farci i conti, per capire fino a che punto la spregiudicatezza del potere può ancora usare Dio per giustificare se stesso, perfino nel terzo millennio, perfino nella più grande democrazia del pianeta. 

Da Pulp Fiction alla God Fiction è un attimo. E siamo già tutti spettatori, più o meno consapevoli, più o meno atterriti: un po’ di marketing, un po’ di politica, un po’ di medioevo in salsa pop, a uso social network. 

Mettiamo in fila il copione dell’ultimo anno abbondante, vedremo che è un sistema.

“La mia vita è stata salvata da Dio per rendere di nuovo grande l’America”, dice Donald Trump il 20 gennaio 2025, giurando su due Bibbie (una sola non bastava). Sedici giorni dopo è alla Resolute Desk, circondato da pastori evangelici che gli impongono le mani. L’immagine, accostata all’Ultima Cena, viene rilanciata con il versetto “Beati gli operatori di pace”. Aveva appena parlato con Putin.

A febbraio Paula White, che guida l’Ufficio per la Fede della Casa Bianca, chiarisce la gerarchia: “Ho l’autorità per dichiarare la Casa Bianca luogo santo”. Un anno dopo completa l’opera: Trump come figura perseguitata secondo uno “schema familiare”. E qui il riferimento a Gesù è trasparente. Il 6 marzo 2026, nello Studio Ovale, si prega per la vittoria contro l’Iran. Non per la pace: per la vittoria. Dio come alleato operativo. Il 13 aprile Trump pubblica un’immagine che lo raffigura come Cristo guaritore. Il giorno dopo rilancia: Gesù lo abbraccia, entrambi aureolati. 

La God Fiction può certo far sorridere noi che ci ostiniamo a credere nei lumi della ragione, nella separazione delle carriere (di Cesare e Dio, in tal caso), ma la questione è insieme grave e seria. Perché tornare a scomodare il diritto divino, nell’Occidente che si vorrebbe laico e progredito, nell’Occidente secolarizzato, relativista e scettico – quello delle chiese vuote, per intenderci – serve a legittimare ogni scopo, con spericolatezza. 

Il diritto divino in chiave trumpiana è in effetti straordinariamente elastico, adattivo, compatibile con le esigenze del momento. Il diritto internazionale vieta di bombardare senza mandato Onu? Dio invece approva. Le convenzioni di Ginevra proteggono i civili? Dio ha altri piani. La Corte penale internazionale indaga? Dio non riconosce quella giurisdizione.

È un sistema impeccabile nella sua semplicità: la volontà politica coincide con la verità ultima. Chi dissente non contesta un governo, contesta Dio.

Il cosiddetto “nazionalismo cristiano”, che oggi trova la sua forma più esplicita nell’orbita trumpiana, è una corrente carsica della storia americana, che riaffiora ciclicamente quando la politica ha bisogno di una legittimazione ulteriore, o di una scorciatoia morale.

Negli ultimi anni, tuttavia, questa corrente ha preso bandiera, letteralmente. Quella denominata “Appeal to Heaven” – vessillo risalente alla Guerra d’indipendenza, oggi riadottato da ambienti evangelici e nazionalisti che contestano la separazione tra Stato e Chiesa – è esposta pubblicamente da figure istituzionali di primo piano, come lo speaker della Camera Mike Johnson. La stessa bandiera è apparsa tra la folla che il 6 gennaio 2021 prese d’assalto il Campidoglio degli Stati Uniti nel tentativo di impedire la certificazione della vittoria elettorale di Joe Biden. E non si tratta solo di simboli. Quando un giudice della Corte Suprema come Samuel Alito – cioè uno dei custodi ultimi dell’interpretazione costituzionale – viene associato, anche indirettamente, a quell’immaginario culturale e religioso, il discorso cambia scala. Non siamo più nel folklore politico: siamo nel terreno, delicatissimo, in cui la distinzione tra diritto e fede diventa porosa.

Non è Trump l’origine del fenomeno, ma il suo acceleratore. Con lui, quella miscela di religione e potere ha subito una torsione ulteriore: non più solo ispirazione, ma linguaggio dominante. Ed è proprio questo slittamento che rende episodi apparentemente grotteschi – come Hegseth che cita Pulp Fiction credendo di citare la Bibbia – meno innocui di quanto sembrino. Il punto non è stabilire se chi parla conosca davvero le Scritture – dettaglio secondario, a questo livello – ma capire a cosa servono, le Scritture, quando vengono evocate. 

È qui che torna utile Norberto Bobbio, quando definisce la laicità non come negazione della religione, ma come “condizione di possibilità della convivenza civile”, fondata sulla separazione dei piani. Il potere, in altre parole, non può rivestirsi di assoluto.

E forse conviene ricordare che ogni volta che questa distinzione è saltata, la storia ha presentato il conto. Perché “ogni uomo che ha potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti”.

Ecco il punto: i limiti. La laicità non è un’opzione culturale, è un argine. E nel momento in cui Dio diventa un accessorio retorico, la fede muore e resta la sceneggiatura.

God Fiction.

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