L’azzardo del cessate il fuoco, perché la partita di Netanyahu e Trump mira al cuore di Teheran
Ariel Piccini Warschauer.
Il fronte libanese tace, o almeno così dice la diplomazia dei dispacci. Ma il silenzio dei cannoni tra il sud del Libano e l’Alta Galilea non è che un rumore di fondo rispetto al vero scontro in atto. Secondo Aiman Dean — una figura che ha vissuto tre vite: prima miliziano di al-Qaeda, poi infiltrato dell’intelligence britannica e oggi analista dalle fonti profonde — l’accordo raggiunto tra Israele e Hezbollah non è un punto d’arrivo. È una trappola diplomatica tesa per togliere all’Iran l’ultimo velo di ambiguità.
Per settimane, Tehran ha giocato di sponda. Ogni pressione occidentale per sbloccare i dossier caldi — dal programma nucleare alla libera circolazione nello Stretto di Hormuz — veniva respinta con la stessa formula: “Nessun passo avanti finché non si ferma l’aggressione in Libano”.
Era la clausola di salvaguardia del regime. Legando la crisi regionale al destino di Hezbollah, l’Iran manteneva il controllo della tensione globale senza dover mai scoprire le carte. Ora che il cessate il fuoco è realtà, la “scusa” è evaporata. Se la pace a Beirut era davvero la condizione necessaria, oggi l’Iran non ha più argomenti per tenere chiuso il rubinetto di Hormuz o per disertare i tavoli negoziali.
Perché Netanyahu, nel pieno di una campagna militare che ha decimato i vertici di Hezbollah, ha accettato di fermarsi? La lettura di Dean è pragmatica, quasi brutale: non è un gesto di buona volontà. Benjamin Netanyahu ha bisogno di tempo. Tempo per rifornire gli arsenali, per riposizionare le truppe e per permettere alle nuove forniture militari statunitensi di raggiungere la regione. C’è l’ombra di Donald Trump. Il ritorno del Tycoon alla Casa Bianca impone un cambio di ritmo. Trump vuole chiudere i fronti aperti per concentrare la massima pressione economica e politica direttamente su Tehran e non arrivare azzoppato politicamente alle elezioni di mid term.
Israele ha accettato il bluff. Se Tehran continuerà con le provocazioni o manterrà il blocco navale, apparirà chiaro che il Libano era solo un paravento per obiettivi molto più oscuri.
C’è poi il nodo dello Stretto di Hormuz. Dean non usa mezzi termini: è inaccettabile che una superpotenza regionale tenga in ostaggio l’economia mondiale per proteggere un “proxy” terrorista. La chiusura dello stretto è l’arma di ricatto finale, una mossa che però espone l’Iran a una solitudine internazionale pericolosa.
Il regime si trova davanti a un bivio: Normalizzare, riaprendo le rotte e accettando un dialogo serio sul nucleare. O rilanciare, dimostrando però al mondo intero — e soprattutto ai partner regionali — che la stabilità e la vita dei propri vicini contano meno della sopravvivenza dei gruppi paramilitari.
La tregua in Libano, dunque, non è la fine della guerra. È l’inizio di una fase più sofisticata e pericolosa, dove il campo di battaglia non è più la Valle della Bekaa, ma i palazzi del potere di Tehran. La maschera è caduta; ora resta da vedere se l’Iran saprà giocare senza più il paravento della “resistenza” libanese.





