L’addio del duca di ferro, il segreto di Filippo e quel brindisi solitario prima del buio
Ariel Piccini Warschauer.
C’è un’immagine che, più di ogni altra, restituisce la statura d’uomo di Filippo di Edimburgo: un vecchio leone che, eludendo la sorveglianza delle infermiere tra i corridoi gelidi di Windsor, trascina il suo deambulatore fino alla Oak Room per l’ultimo piacere terreno. Una birra, sorseggiata nel silenzio di una notte d’aprile, quasi a voler brindare alla propria imminente uscita di scena. Senza fanfare, senza pietismo, con quella ruvida indipendenza che è stata la bussola di tutta la sua esistenza.
Le rivelazioni che Hugo Vickers affida alla sua nuova biografia della Regina non sono solo cronaca di una morte annunciata, ma il tassello mancante di un mosaico durato settant’anni. Scopriamo oggi che il “Duca di Ferro” combatteva una battaglia silenziosa contro un cancro al pancreas sin dal 2013. Otto anni di stoica resistenza, trascorsi per lo più all’ombra dei pini di Wood Farm, la dépendance di Sandringham dove il principe aveva finalmente trovato la sua “buen retiro”.
Lì, lontano dai protocolli asfissianti di Buckingham Palace, Filippo viveva una vita quasi borghese, fatta di letture voraci, acquerelli e lunghe conversazioni con l’inseparabile Penny Mountbatten. Una separazione di fatto da Elisabetta, si dirà. Ma chi conosce le dinamiche di questa coppia straordinaria sa che non era disamore, bensì il massimo privilegio che una sovrana potesse concedere al suo consorte: la libertà di essere se stesso dopo una vita trascorsa tre passi indietro.
Tuttavia, anche in questo amore d’acciaio, l’ultimo atto ha lasciato una crepa di amarezza. La Regina, ci racconta Vickers, è rimasta furente. Non per la morte in sé – Filippo aveva 99 anni e detestava l’idea di spegnere le cento candeline – ma per il modo. Elisabetta aveva chiesto, quasi implorato, di essere avvisata non appena il respiro del marito si fosse fatto pesante. Voleva esserci. Voleva che quel legame, sigillato nel 1947, avesse un congedo sussurrato.
E invece, fedele al suo personaggio, Filippo se n’è andato “all’inglese”. È scivolato via nel sonno, dopo un bagno mattutino, lasciando che la Regina venisse informata da una fredda telefonata venti minuti dopo l’ultimo respiro. Un’ultima scortesia? No, io credo piuttosto l’ultimo estremo atto di protezione. Filippo non voleva testimoni della propria debolezza, nemmeno la donna che aveva servito per una vita intera.
Se ne è andato come voleva: con il sapore di una birra ancora sulle labbra e il disprezzo per i “chichis”, i fronzoli del protocollo, che lo ha accompagnato fino alla fine. Resta il dolore di una Regina che, per la prima volta in un secolo, si è sentita esclusa dall’unica stanza in cui avrebbe voluto avere il diritto di entrare: quella del commiato finale.





