Svolta a Washington, ambasciatori di Israele e Libano a confronto
Ariel Piccini Warschauer.
Mentre i cieli del Medio Oriente restano solcati dai droni e il terreno continua a tremare sotto i colpi dell’artiglieria, la diplomazia tenta il “colpo di teatro” che potrebbe, forse, cambiare la storia. Oggi, a Washington, si scrive una pagina che fino a pochi mesi fa sarebbe apparsa come pura utopia geopolitica: l’ambasciatore israeliano Yechiel Leiter e la sua omologa libanese Nada Hamadeh siederanno allo stesso tavolo.
L’obiettivo dichiarato è storico: discutere il disarmo di Hezbollah e gettare le basi per una pace che manca dal 1948.
La regia americana e il “modello Abramo”
Non è un caso che l’incontro avvenga sotto l’egida del Dipartimento di Stato americano. Gli Stati Uniti stanno spingendo per una soluzione che ricalchi lo spirito degli Accordi di Abramo, cercando di sfilare il Libano dal cappio dell’influenza iraniana. La Casa Bianca sa che non può esserci stabilità in Galilea se a pochi chilometri dal confine i miliziani sciiti legati ai di Hamas e dí Hezbollah continuano a stoccare missili sotto scuole e ospedali e sotto gli occhi dei caschi blu dell’ONU, mai così imbelli e compromessi.
Hezbollah: il convitato di pietra
Ma il vero nodo resta il Partito di Dio. Mentre i diplomatici parlano di “sovranità libanese” e “sicurezza reciproca”, Hezbollah ruggisce da Beirut, definendo l’incontro un tradimento. Per Israele, tuttavia, il disarmo non è un’opzione negoziabile: è la precondizione per la sopravvivenza. Il premier Netanyahu è stato chiaro:
“Non ci fermeremo finché il Nord non sarà sicuro. Se il Libano vuole tornare a essere la Svizzera del Medio Oriente, deve prima liberarsi del cancro che lo divora dall’interno.”
Secondo le indiscrezioni che filtrano dalle stanze di Washington, i punti cardine del negoziato sarebbero tre:
L’allontanamento definitivo delle milizie di Hezbollah a nord del fiume Litani.
Il controllo internazionale (o una forza multinazionale potenziata) sui confini per impedire il riarmo tramite l’Iran.
E un patto di non aggressione che apra la strada a futuri scambi commerciali e diplomatici tra Israele e Libano.
Il rischio del fallimento
La strada è tutta in salita. La delegazione libanese si muove su un filo sottilissimo: da un lato la necessità di salvare il Paese dal collasso economico e bellico, dall’altro il timore di una guerra civile interna. Per Israele, il successo di questo incontro significherebbe la neutralizzazione del fronte più pericoloso senza dover ricorrere a una guerra totale di logoramento.
Resta da vedere se quella di oggi sarà l’alba di un nuovo Medio Oriente o l’ennesima foto ricordo destinata a essere bruciata dal fuoco del fanatismo. Una cosa è certa: a Washington, oggi, il silenzio della diplomazia fa molto più rumore delle bombe.





