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Il migliore presidente del Monte? Per Barzanti è stato Barucci

Stefano Bisi.

Per Roberto Barzanti il migliore presidente della storia recente del Monte dei Paschi è stato Piero Barucci, scomparso il 26 febbraio di quest’anno. Ne parlo nel libro “Facce da Monte”, edito da Betti.

Il presidente del Monte dei Paschi lo ha fatto (dall’11 maggio 1983 al 28 maggio 1990), il presidente del consiglio dei ministri non lo ha voluto fare. Piero Barucci, fiorentino e tifoso della Fiorentina, nato in riva all’Arno nel 1933, il 29 giugno, quando a Siena si “danno” i cavalli, prima di sedere sulla massima poltrona di Rocca Salimbeni si è laureato in Economia con lode, poi ha fatto il professore di Economia politica e Storia delle Dottrine economiche e il preside della facoltà di Economia a Firenze. Dopo l’esperienza montepaschina è stato amministratore delegato del Credito italiano, presidente dell’Abi, ministro del Tesoro e della Funzione pubblica nel governo di Giuliano Amato e titolare del Tesoro nel governo successivo guidato da Carlo Azeglio Ciampi. E sono tutte notizie note mentre meno conosciuto è il “No” di Barucci alla proposta che gli fece il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro di formare il governo. Lo rivela Francesco Damato, editorialista di lunga esperienza, rievocando il prelievo del 6 per mille sui depositi bancari predisposto nell’estate del 1992 dal primo governo Amato “all’insaputa di tutti i ministri, del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che tuttavia firmò il decreto legge, e dell’allora governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. Che protestò con una lunga telefonata al presidente del Consiglio, di cui nel 1993 avrebbe peraltro preso il posto su scelta personale di Scalfaro. E il suo fu l’ultimo governo, direi anfibio, della cosiddetta prima Repubblica, incaricato non tanto di rimettere a posto i conti quanto di preparare la nuova legge elettorale con la quale mandare gli italiani al più presto alle urne dopo il referendum contro il vecchio metodo proporzionale”.

Scalfaro “forse anche perché sorpreso pure lui da quel decreto che dovette firmare per poter pagare stipendi e pensioni in pericolo, se ne pentì a tal punto che cominciò ben prima delle dimissioni arrivate nell’aprile del 1993, dopo il referendum sul sistema elettorale, a pensare come sostituirlo. E si rivolse per competenza e affinità politica all’allora ministro del Tesoro Piero Barucci, che poi mi raccontò personalmente di avere declinato l’offerta di Scalfaro, per cui al Quirinale fu chiamato al momento opportuno, per la successione ad Amato, l’allora governatore della Banca d’Italia Ciampi. Con tutto il resto che seguì. Amato sarebbe tornato a Palazzo Chigi nel 2000, spintovi dal dimissionario presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Ma Scalfaro non era più al Quirinale, sostituito l’anno prima, per scadenza di mandato, proprio da Ciampi, come ho già ricordato. Può sembrare un gioco dell’oca, ma non lo era. O almeno non doveva esserlo”.

Sul ruolo di Barucci al tempo del prelievo nelle tasche degli italiani avvenuto nella notte tra il 9 e il 10 luglio del 1992 non ci sono certezze anche se è difficile pensare che il ministro del Tesoro non abbia saputo per tempo di un’operazione di così forte impatto. Peraltro, come ha ricordato Amato in una intervista del 2017 al Corriere della Sera, teneva molto all’opinione del collega di università e ricorda che “quando nacque il mio governo, ci chiedemmo se non era il caso di svalutare subito. Carlo Azeglio Ciampi era governatore della Banca d’Italia, Piero Barucci ministro del Tesoro, Mario Draghi direttore del Tesoro”. I protagonisti avevano opinioni diverse: “Ricordo ancora gli spaghetti al pomodoro di una colazione in Banca d’Italia con Ciampi e Barucci. Ciampi ci fece presente che prima era meglio aspettare l’accordo che avrebbe agganciato il costo del lavoro all’inflazione programmata – sarebbe arrivato a fine luglio – per scongiurare una spirale fra prezzi e salari. Poi si sarebbe potuto puntare a un riallineamento generale dello Sme. In sofferenza erano anche il franco, la sterlina, lo scudo e la peseta. Sarebbe stata più utile una rivalutazione del marco tedesco che un atto unilaterale sulla lira”. In quei momenti difficili per l’Italia l’ex presidente del Monte dei Paschi era nella stanza dei bottoni ma Amato attribuisce un ruolo più attivo al ministro delle Finanze Giovanni Goria: “Quel prelievo fu un male necessario. Serviva una prima manovra correttiva da 30 mila miliardi di lire e avevo passato la notte a discutere con i tecnici del Tesoro e delle Finanze come trovare gli ultimi otto. Mi offrivano di alzare l’Iva, ma avrebbe fatto salire ancora l’inflazione; o di agire sull’Irpef, ma avrei alzato le tasse sui ceti più deboli. Fu allora, alle 4 del mattino, che Giovanni Goria mi prese da parte e mi chiese se poteva studiare il prelievo”. Amato rispose: “E studialo. Ma, aggiunsi, prima senti cosa ne pensa Ciampi. Il mattino dopo c’era Consiglio dei ministri. Goria arrivò verso mezzogiorno e sedette all’altra estremità del tavolo. Allora feci un errore di avventatezza, perché gli sillabai sottovoce: ‘Hai parlato con Ciampi?’. Speravo leggesse le mie labbra. Lui fece cenno di sì, chissà che aveva capito. Gli detti la parola e la misura passò. Ciampi probabilmente avrebbe sconsigliato, ma non sapeva niente!”. 

Coinvolto o no, su quel provvedimento c’è anche anche la firma di Barucci che le baruffe tra i deputati del Monte gli devono essere sembrate poca cosa rispetto a quella notte. Eppure la carriera a Rocca Salimbeni era iniziata in grande concordia anche con il provveditore Carlo Zini, l’ex direttore generale della Banca Toscana con cui ci furono duelli leggendari.

Barucci viene nominato su indicazione di Ciriaco De Mita, leader democristiano e deciso a sfidare il segretario comunista Enrico Berlinguer sulla competenza professionale dei nominati e sulla questione morale e il professore fiorentino rispondeva a questi requisiti. Gliene mancava uno però: la residenza in un comune della provincia di Siena. Lo statuto del Monte dei Paschi lo richiedeva ma le vie della Democrazia cristiana sono infinite e Barucci, in 24 ore, ottiene la residenza a Gaiole in Chianti dove l’amministrazione comunale era guidata da Renzo Posticci, dipendente della banca all’ufficio stampa e appartenente alla sinistra dc. Non poteva dire no ad Alberto Monaci, a quel tempo capo della corrente e desideroso di piazzare un seguace demitiano alla presidenza della banca dove spadroneggiavano il provveditore fanfaniano Giovanni Cresti, che stava per lasciare l’incarico all’andreottiano Carlo Zini, e il rivale di sempre, Alberto Brandani, legatissimo ad Amintore Fanfani. “Ha trovato casa in un granaio” era il pettegolezzo che circolava nella stanze di Rocca Salimbeni ma tanto bastò per ottenere la residenza  e scalare il Monte dove erano appena stati confermati i democristiani Mario Bernini e Alberto Brandani mentre fecero il loro primo ingresso il vicepresidente socialista Nilo Salvatici; l’ex presidente comunista della Provincia Mario Barellini e il compagno di partito Alberto Bruschini, direttore di Fidi Toscana; l’avvocato socialdemocratico milanese Mario Golda Perini e il medico di Chiusi, socialista, Ottavio Boni.

Sono anni caratterizzati dall’espansione territoriale con l’apertura di filiali nel Nord Italia e con l’acquisizione di banche locali in difficoltà: è perfezionata l’incorporazione della Banca del Golfo (1983) la cui trattativa era stata avviata dalla precedente deputazione, e tra il 1988 e il 1990 vengono acquisiti la Banca Popolare di Santa Maria Assunta di Castelgrande, la Banca Operaia di Trapani, la Banca popolare di Marsala, la Banca popolare della Pesca di Trapani, la Banca popolare siciliana di Canicattì e la Banca popolare di Nicastro. E prima ancora sotto la presidenza di Barucci viene acquisita la Banca di Messina (1986), la Banca popolare di Reggio Calabria (1986), la Cassa rurale e artigiana di Ardizzone (1986). Il Monte fa shopping al Sud, dove la propensione al risparmio è molto alta, anche per le pressioni della Banca d’Italia interessata ad affidare a una banca con grande reputazione qual è il Monte la cura di istituti di credito molto condizionati dal territorio in cui operano. L’associazione delle banche popolari non è contenta di questa politica e ci vogliono l’autorevolezza di Barucci e le benevoli incursioni dei dirigenti montepaschini per conquistare il consenso di amministratori e clienti. Alla fine anche il presidente dell’Associazione fra le banche popolari Giuliano Monterastelli affievolisce il suo disappunto di fronte alle rassicurazioni di Barucci che, sulla trattativa per la Banca popolare siciliana di Canicattì, invece, romperà con la maggioranza della deputazione e con il provveditore Zini fino ad arrivare alle dimissioni. 

Ma la Banca d’Italia chiede a Barucci di intervenire anche al Nord per salvare banche in stato di insolvenza e così vengono salvati il Banco Valdostano e la Cassa di risparmio di Trento e Rovereto. All’interno della deputazione si rumoreggia e il presidente fa fatica a spiegare che questi interventi andavano oltre gli interessi immediati dell’istituto ma rispondevano alle caratteristiche di banca pubblica. La Banca d’Italia premiò le azioni di salvataggio messe in atto dal Monte concedendo, prima della liberalizzazione del marzo 1990, l’autorizzazione all’apertura di nuovi sportelli. L’istituto era diventato “un grande protagonista del tentativo delle autorità monetarie di far sì che la crisi di tante banche si consumasse in silenzio, entro le mura dello stesso sistema. A far fronte a questo compito, che era di garanzia per tutto il sistema, il Monte ha concorso generosamente, di certo non guardando sempre la sola logica del suo interesse di breve periodo” commentò Barucci presentando il bilancio 1987.

Il presidente cercava di mediare tra l’intraprendenza del provveditore Zini e la prudenza di alcuni deputati, soprattutto del vicepresidente Salvatici che, assunto al Monte quando aveva i pantaloni corti e andato in pensione con il massimo grado di direttore centrale, era l’incarnazione della tipica cautela montepaschina. E nel giugno 1989, mentre è in corso il dibattito parlamentare sulla riforma del sistema bancario, Barucci sostiene che il Monte ormai ha acquisito le caratteristiche di gruppo polifunzionale che consente di essere presente “in tutti i segmenti del mercato bancario, monetario e finanziario domestico, sui mercati esteri più importanti, sui principali prodotti monetari e finanziari”. Intanto era stato acquisito il controllo dell’Istituto federale di credito agrario della Toscana e del Mediocredito toscano, la banca dove lavorava Carlo Conti, il futuro presentatore televisivo di grande successo, e il Monte si affaccia al parabancario. Barucci fa valere le sue relazioni e Zini le sue specifiche competenze. Allacciano rapporti con i maggiori banchieri del tempo, da Enrico Cuccia a Luigi Arcuti, da Lucio Rondelli a Gianni Zandano ma l’operazione che finisce sotto i riflettori è l’alleanza con la famiglia Agnelli, guardata con qualche preoccupazione da Siena. “A Torino non fanno niente per niente” dicono sulle lastre ma quell’accordo con Ifil, la finanziaria del Gruppo Fiat, consente al Monte di fare l’ingresso nel settore dei fondi comuni di investimento con i Fondi Prime. 

Ma Salvatici, Boni, Barellini, nonostante i risultati positivi del Gruppo Prime, criticano l’operato di Zini e in una riunione del 28 agosto 1986 sono scintille. Il provveditore viene accusato di non informare preventivamente la deputazione sugli affari di grande importanza. Le critiche si ripetono quando nel 1989 viene acquisita la Ticino assicurazioni ma i mal di pancia locali vengono attenuati con il contratto di sponsorizzazione sottoscritto con la Mens Sana, la squadra di basket che fino ad allora aveva vissuto grazie soprattutto al marchio Sapori. Ma le ambizioni di Barucci non si fermano all’Italia e nella relazione al bilancio 1988 annuncia che il Monte è ormai diventato “un grande gruppo a livello nazionale con una ormai evidente volontà di divenirlo a livello mondiale”. L’ufficio di New York diventa filiale nel marzo 1983 mentre Singapore apre nell’84 in contemporanea con l’inaugurazione dell’ufficio di rappresentanza al Cairo. E nell’86 taglio del nastro a Mosca e Parigi e un anno dopo Francoforte si trasforma in filiale. E poi Madrid, Tokyo, Pechino, Sidney. Il Monte diventa Paschi tour, perché ogni inaugurazione diventa occasione per nutrite trasferte di amministratori e dirigenti e circolano pettegolezzi di vario tipo come quella riguardante proprio Barucci che, per un errore dell’agenzia di viaggi, impiegò 48 ore per tornare dall’Australia suscitando l’ironia dei colleghi che, con un provvidenziale cambio di volo, erano riusciti ad anticipare l’arrivo sulle lastre. 

Le esattorie, che erano state una croce durante la direzione di Giovanni Cresti, diventano molto redditizie e nel 1985 producono un margine lordo di gestione di 77 miliardi ma nella seconda metà degli anni Ottanta tornarono ad essere una spina dolorosa nel fianco del Monte e il presidente del collegio sindacale, Renato Lunghetti, lancia un grido di allarme invitando la deputazione a un progressivo disimpegno dal settore. Ma si dovevano fare i conti con la politica che chiedeva a Rocca Salimbeni di non allontanarsi da questa gestione. 

Gli anni di Barucci sono quelli della rivoluzione informatica. Nasce la Saped, società controllata dal Monte dei Paschi per gestire i servizi, ma soprattutto si diffondono i bancomat e proliferano i Pos. Nel 1990 i bancomat attivi sono 300 e i 1600 le installazioni Pos e 100mila esemplari di Carta Mps ma è l’anno dell’uscita di scena di Barucci. Troppi i conflitti interni alla deputazione e soprattutto con il provveditore Zini. Nella primavera del 1989 lo scontro è sull’acquisizione della Ticino assicurazioni: il prezzo è considerato molto elevato. Il vicepresidente Salvatici sottolinea la necessità di “privilegiare la solidità patrimoniale dell’istituto e la sua autonomia finanziaria contenendo gli investimenti strategici” e Barucci esprime la contrarietà alla realizzazione di intrecci azionari troppo complessi all’interno del gruppo che limitavano la possibilità di controllo da parte della banca. Il presidente espresse questo pensiero anche in pubblico e Zini questa uscita se la legò al dito. Lo scontro finale arriva proprio nel 1990 sull’acquisto della Banca popolare siciliana che aveva sede a Canicattì. Il nome di questa città siciliana diventa molto conosciuto a Siena perché per settimane non si parla d’altro nelle sedi dei partito e delle associazioni di categoria. C’è il tifo da stadio. Con il Corriere di Siena mi schiero contro l’acquisto con articoli giornalieri e con un inserto di 8 pagine mentre l’altro quotidiano, La Nazione, è a favore. Il dibattito è in piazza. Emerge una parcella di qualche miliardo di lire che va al consulente Rudy Maira, avvocato di Caltanissetta, democristiano, che poi diventerà consigliere regionale in Sicilia. Il presidente della banca siciliana è il barone La Lumia, che l’inviato de La Nazione Guido Parigi Bini va a trovare, lo intervista e ricordo ancora la descrizione di quel banchiere con gli stivali sporchi di fango di ritorno dai suoi possedimenti agrari. I dubbi, oltre che per la ricca parcella, aumentarono dopo che emerse una situazione patrimoniale e reddituale diversa da quella prospettata al momento della firma del primo protocollo di acquisto perché la banca assunse dipendenti e quelli in forza vennero promossi.

Barucci nella riunione della deputazione del 12 aprile 1990 fa fuoco e fiamme. Si infuria e dice che “il quadro quindi è che noi abbiamo subito una menomazione reddituale e una menomazione patrimoniale. Sono stati sottratti dal patrimonio del Monte, una volta che si addivenisse alla fusione, alcuni miliardi: è stata sottratta alla capacità del Monte di produrre reddito nel futuro per alcuni miliardi ogni anno. Questi sono i dati di fatto. Ogni atto che noi compissimo senza denunciare questi stati di fatto non sarebbe una scelta imprenditoriale; sarebbe la giustificazione di una sottrazione di reddito e di capitale che altri ci hanno fatto”. E Barucci votò contro l’acquisizione, insieme a Barellini, e questa sconfitta bruciante lo convinse a lasciare Rocca Salimbeni e accettare la nomina ad amministratore delegato del Credito italiano. Ricordò che mi invitò nel suo ufficio per salutarmi. “La ringrazio per aver sostenuto la battaglia contro l’acquisto della Banca popolare siciliana ma devo dirle che nei suoi scritti non emerge l’amore per il Monte. Deve voler bene a questa banca che non ha bisogno della trasformazione in società per azioni perché è sottoposta a un controllo permanente, quotidiano, ora per ora” mi disse Barucci. Accanto a lui il capo della segretaria Antonio Fiorito che annuiva, mentre nelle stanze vicine si brindava all’acquisto di Canicattì e alla partenza di Piero, il banchiere demitiano che aveva provato a fare il Pierino ma era stato battuto, come la sua Fiorentina dell’82, che aveva perso lo scudetto all’ultima giornata ma con onore. Proprio come Barucci.

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