Trump attacca Teheran per la gestione dello Stretto di Hormuz
Ariel Piccini Warschauer.
Donald Trump torna ad alzare i toni contro Teheran, scegliendo ancora una volta i social per dettare la linea della sua amministrazione sulla crisi energetica e geopolitica nel Golfo. Nel mirino del presidente statunitense c’è la gestione dello Stretto di Hormuz, l’imbuto strategico dove transita circa un quinto del petrolio mondiale, trasformato dall’Iran in un terreno di scontro e, secondo Washington, in un indebito casello autostradale per le petroliere.
L’affondo di Trump: “Accordo tradito”
“L’Iran sta facendo un pessimo lavoro, qualcuno direbbe persino imbarazzante, nel gestire il passaggio del petrolio a Hormuz”, ha scritto Trump su Truth Social. Il riferimento è ai recenti tentativi di Teheran di imporre tasse o limitazioni al transito navale, una mossa che il tycoon bolla come una violazione degli impegni presi: “Questo non è l’accordo che abbiamo! Molto presto vedrete il greggio scorrere a fiumi, con o senza l’aiuto di Teheran”. Un avvertimento che suona come una minaccia neanche troppo velata di interventi per garantire la libertà di navigazione, indipendentemente dalla collaborazione iraniana.
La replica dei Pasdaran
Non si è fatta attendere la risposta della Repubblica Islamica. Le Guardie della Rivoluzione (Pasdaran) hanno ribadito che la gestione dello Stretto è entrata in una “nuova fase”, rivendicando il diritto di Teheran di supervisionare e controllare il traffico marittimo davanti alle proprie coste come misura di sicurezza nazionale. Una tensione che rischia di strozzare i mercati energetici proprio mentre l’amministrazione USA spinge per un aumento della produzione globale.
Diplomazia in movimento: il fronte libanese
Nonostante i venti di guerra nel Golfo, si apre uno spiraglio diplomatico su un altro fronte caldissimo: quello del Mediterraneo orientale. Fonti diplomatiche confermano che i negoziati tra Libano e Israele inizieranno ufficialmente a Washington la prossima settimana. Al centro dei colloqui, la definizione dei confini e la riduzione delle ostilità, un passaggio che la Casa Bianca considera fondamentale per stabilizzare l’area e permettere lo sfruttamento delle risorse di gas offshore.
La mossa di Trump sembra dunque una strategia a doppia velocità: il pugno duro su Hormuz per rassicurare i mercati del petrolio e il ruolo di mediatore tra Beirut e Tel Aviv per ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. Resta da capire se il “greggio a fiumi” promesso dal presidente sarà il risultato di un nuovo compromesso o di una prova di forza senza precedenti.





