Roma mezzo millennio or sono: la maligna città dei papi medicei
Luciano Luciani.
Agli occhi di un visitatore straniero che si affacciasse alle porte di Roma, nel primo quarto del XVI secolo la città appariva davvero, come ebbe a definirla un pellegrino di quegli anni, una “pania di mignotte, salvadanaio di imbecilli e alambicco di cortigiane”: un’impressione divenuta, ormai, senso comune diffuso come ribadisce anche un’anonima quartina di stampo popolare di area umbra:
A Roma santa ce so gito anch’io
e ho visto co’ miei occhi il fatto mio:
e quando a Roma ce s’è posto il piede
resta la rabbia e se ne va la fede.
Una percezione confermata anche da un’altra scheggia della millenaria saggezza del popolo romano: Roma veduta, religgione perduta. La “maligna città di Roma” era comunque un topos ricorrente da almeno tre secoli e non erano stati pochi i forestieri e i viandanti che avevano messo in guardia i contemporanei e gli epigoni circa i vizi, né piccoli, né pochi, dell’Urbs per eccellenza: Roma è sporca e appestata, sia materialmente sia moralmente, e corrisponde perfettamente alla evangelica spelonca dei ladri: porta alla rovina i suoi ospiti con i cibi guasti ammanniti da osti criminali… Per non parlare degli insetti, degli scorpioni, delle zanzare che infestano le abitazioni, le strade, le piazze della Città eterna.
A tutto ciò nel Rinascimento si aggiunse la fama negativa portata all’immagine della città da legioni di meretrici e questuanti.
Una situazione destinata a rimanere sostanzialmente stabile nel corso dell’intero Cinquecento, nonostante gli ardori moralistici di papi come Pio V Ghislieri ( 1556 – 1572) e Sisto V Peretti (1585 – 1590), entrambi espressione dell’ala più coerentemente rigorista del cattolicesimo intransigente emerso dal Concilio di Trento, i più impegnati sul fronte della lotta allo scandalo rappresentato dal degrado dei costumi proprio là, nella Città Santa, dove ben altri sarebbero dovuti essere i comportamenti e gli stili di vita diffusi. Ma “l’unica maniera valida per lottare contro la mendicità e la prostituzione“ scrive Jean Delumeau, eminente studioso francese dell’età del Rinascimento e della Riforma, “sarebbe stata mettere la città al lavoro e crearvi una vera industria. Alcuni papi si sono resi conto di questa verità e lo sforzo della Controriforma è stato diretto in tal senso. Ma per mancanza di tempo o di continuità, il governo pontificio ha fallito nell’impresa. Risultato: alla fine del secolo mendicità e prostituzione continuavano a imperversare nella città dei papi più che in qualsiasi altra parte d’Italia. Certo, le cortigiane non avevano più la posizione goduta nel 1500. L’alta società si sforzava di essere puritana e le prostitute erano messe al bando; probabilmente in proporzione erano anche meno, alla fine del secolo. Tuttavia il loro numero rimaneva eccezionalmente elevato”.
Ma non bisogna scandalizzarsi più di tanto: è noto che, A Roma Iddio nun è trino, ma quatrino e A Roma, pe’ fa’ fortuna, ce vonno tre “d”: denari, donne e diavolo che te porti. Insomma, come ebbe a scrivere l’orafo Antonio di San Marco davanti alla sua bottega il giorno del corteo per l’incoronazione pontificia di Leone X (11 IV 1513), riassumendo il senso profondo della città, Mars fuit; est Pallas; Cypria semper erit.
Dunque, “Roma, Venere sempre sarà”: e imponente, infatti, era l’indotto che il mercato del sesso muoveva nella Città Santa. Delle attività connesse con l’esercizio di massa della compravendita del corpo delle donne vivevano albergatori, osti, affittacamere, “stufaroli”, servitori, sarti, pellicciai, artigiani di oggetti d’ornamento e di lusso, orafi, argentieri, parrucchieri e perfino…cantastorie. Sì, almeno fino al Sacco di Roma (1527), le vicende delle cortigiane offrivano una straordinaria messe di spunti e materiali narrativi agli intrattenitori popolari che, cantando accompagnati dalla chitarra, narravano i fatti della storia recente e della cronaca. Raccontano che sia Leone X, sia Clemente VII (1523 – 1534), i due grandi e discussi pontefici transitati dal casato mediceo al soglio di Pietro, amassero ricevere questi artisti di strada nei propri appartamenti in Vaticano e intrattenersi con loro. Tra i più graditi un certo Andrea Grimani, veneziano di nascita e in origine pittore, trasferitosi a Roma negli anni del pontificato di Alessandro VI. Questo personaggio dall’ingegno multiforme si riconvertì in cantastorie e si specializzò in un filone poetico – satirico tutto incentrato sulle avventure, gli amori e gli intrighi delle etère famose che operavano nella capitale della cristianità: tra i testi più famosi del suo repertorio Il purgatorio delle cortigiane; Vanto della cortigiana ferrarese quale narra la bellezza sua; Lamento della medesima per essere ridotta in la caretta per el mal franzese et l’ammonitorio che fa alle altre donne. Sonorità semplici e tematiche sempre oscillanti tra l’irriverenza e il moralismo di maniera, l’osceno e il pudibondo, il martedì grasso e il mercoledì delle Ceneri come si conveniva ai luoghi e ai tempi. Per l’intraprendente veneziano ormai romano d’adozione e grande amico di Pietro Aretino (1492 – 1556), il primo giornalista scandalistico dalla recente invenzione della stampa, le cortigiane rappresentarono una vera miniera d’oro: non contento di celebrarle in musica e parole, memore del suo antico mestiere di ‘dipintore’ maestro Andrea pensò bene di immortalare le fattezze delle più celebrate sulla tela. Poi, abbigliato in modo eccentrico, sistemati i suoi quadri su un carretto tirato da un asinello, si presentò in Campo Marzio per dare vita a una mostra-mercato itinerante dei suoi quadri: ovvero la celeberrima Fiera di Mastr’Andrea, destinata a fama imperitura in virtù di una altrettanto nota canzonetta popolare.





