L’ultimatum, l’Iran al bivio sotto le bombe e il Pentagono allarga la lista dei bersagli
Ariel Piccini Warschauer.
Mancano poche ore allo scoccare delle 21:00 a Teheran, il termine ultimo fissato da Donald Trump per quella che appare come l’ultima chiamata prima dell’abisso. L’ultimatum è sul tavolo, nudo e crudo: una tregua di 45 giorni e la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz. Ma i segnali che filtrano dalle cancellerie e dai radar della regione non lasciano spazio all’ottimismo. I negoziatori sono «pessimisti», il divario tra Washington e la Repubblica Islamica è una voragine che nessuno sembra più in grado di colmare.
Mentre la diplomazia annaspa, i motori dei jet e i sistemi di puntamento sono già caldi. Il conflitto, entrato nel suo 39esimo giorno, sta per subire una mutazione genetica: non più solo obiettivi militari, ma i gangli vitali del Paese.
Al Pentagono, i pianificatori hanno già aggiornato le cartelle dei bersagli. Non si parla più soltanto di basi dei Pasdaran o siti missilistici. L’elenco si è allungato fino a comprendere le infrastrutture energetiche e idriche. La logica è quella cinica della «duplice natura» (dual use): se una centrale elettrica alimenta una città ma anche una caserma, se un impianto di desalinizzazione dà da bere ai civili ma anche alle truppe, allora diventa un obiettivo legittimo. È la preparazione del terreno per evitare future accuse di crimini di guerra, un modo per piegare la resistenza di Teheran colpendo il quotidiano della popolazione.
La cronaca delle ultime ore è un bollettino di guerra serrato. L’IDF israeliana ha annunciato una nuova «ondata» di attacchi aerei. Teheran è scossa dalle esplosioni: a Pardis, sobborgo a est della capitale, si contano almeno sei morti; a Shahriar, nell’ovest, un raid ha centrato un quartiere residenziale lasciando sul terreno 9 vittime e 15 feriti.
Ma è l’avvertimento psicologico a segnare un punto di non ritorno. Attraverso i canali social in lingua persiana, l’esercito israeliano ha inviato un messaggio sinistro ai civili iraniani:
«Non prendete i treni fino a stasera. La vostra presenza sui binari mette a rischio la vostra vita».
Un segnale chiaro: la rete ferroviaria è nel mirino. Si punta a paralizzare i movimenti, a spezzare le arterie logistiche del Paese proprio mentre l’ultimatum di Trump scivola verso la scadenza.
In questo scenario di fiamme, si inserisce l’indiscrezione che potrebbe cambiare i connotati del regime dall’interno. Secondo un memorandum d’intelligence citato dal Times e da Ynet, Mojtaba Khamenei, figlio della Guida Suprema e figura chiave nella gestione del potere, sarebbe in stato di incoscienza a Qom. «Condizioni gravi che non gli consentono di partecipare ad alcuna decisione», recita il rapporto. Se confermata, la notizia della paralisi del “Delfino” aprirebbe un vuoto di potere nel momento più drammatico dalla rivoluzione del 1979, lasciando il regime senza una guida ferma proprio mentre i missili americani e israeliani solcano il cielo.
Il conflitto non resta confinato. La ritorsione iraniana ha già colpito il cuore energetico dei sauditi: un attacco notturno ha devastato un complesso petrolchimico a Jubail, in Arabia Saudita. In risposta, Riad ha chiuso preventivamente il King Fahd Causeway, il ponte che la collega al Bahrein, temendo che Teheran possa trasformare le infrastrutture del Golfo in un cimitero di cemento e acciaio.
Intanto, dal Libano, Hezbollah continua a martellare il nord di Israele con raffiche di razzi su Metula e Kfar Yuval. È una guerra totale, frammentata ma coordinata, dove ogni ora che ci avvicina alla mezzanotte porta con sé il rischio di una deflagrazione definitiva. Trump attende. Il Pentagono ha il dito sul grilletto. Teheran, ferita e forse decapitata, non sembra intenzionata a fare un passo indietro.





