Il fronte Nord si allarga, la fascia di sicurezza di Netanyahu e l’ombra di Mojtaba
Ariel Piccini Warschauer.
La guerra tra Israele e Hezbollah ha superato l’ennesima soglia critica. Non sono solo i droni o i missili a dettare il ritmo, ma la geografia del conflitto che si espande sotto la pressione di una pioggia di fuoco incrociato. L’ultimo segnale è arrivato da una fabbrica nel nord di Israele, avvolta dalle fiamme dopo l’impatto di un vettore — probabilmente di derivazione iraniana — che ha spinto i vertici dell’IDF a rompere gli indugi: la buffer zone in territorio libanese deve essere ampliata.
Mentre i caccia con la Stella di David martellano le valli e le città del sud del Libano, sul terreno la dinamica è quella della “bonifica aggressiva”. L’esercito israeliano ha confermato l’eliminazione di un commando di Hezbollah intercettato mentre piazzava ordigni lungo il tracciato di confine. L’obiettivo di Gerusalemme è chio: Allontanare le unità Radwan, il gruppo di élite dell’ Hezbollah oltre la linea di tiro dei missili anticarro. Il rischio di questo scenario è però molto chiaro: Una presenza prolungata in territorio nemico trasforma inevitabilmente la difesa in occupazione, alimentando la guerriglia di logoramento che è il terreno naturale di Hezbollah.
Il fattore Mojtaba: un nuovo protagonista a Teheran
Ma è sul piano politico-strategico che arriva la notizia più densa di implicazioni. Per la prima volta da quando ha assunto il ruolo di Guida Suprema, succedendo al padre, Mojtaba Khamenei è uscito dal cono d’ombra con un messaggio diretto all’Iraq.
Il ringraziamento pubblico a Baghdad per il “sostegno durante la guerra” non è solo un atto formale. È una dichiarazione d’intenti che conferma due punti chiave: Mojtaba non intende arretrare rispetto alla strategia dell’Asse della Resistenza. E viene confermato l’importanza strategica per gli iraniani del cosiddetto “corridoio sciita”: Il ruolo dell’Iraq come retrovia logistica e politica rimane vitale per la sopravvivenza del dispositivo militare di Hezbollah.
Scenari
L’incendio alla fabbrica israeliana è la scintilla che giustifica, agli occhi del gabinetto di guerra di Netanyahu, un’operazione di terra più profonda. Se la buffer zone dovesse stabilizzarsi entro i 10-15 km dal confine, la risposta dell’Iran — ora sotto la guida di un leader che deve dimostrare fermezza immediata — potrebbe passare per un coinvolgimento ancora più diretto delle milizie irachene e siriane.
La partita nel “giardino del Libano” è appena entrata nella sua fase più imprevedibile.





