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Il referendum è fatto ma i problemi della giustizia rimangono

“Archiviato il voto, diradato il polverone del referendum”, scrive su Repubblica Tito Boeri, “è opportuno occuparsi finalmente dei veri problemi della giustizia in Italia, della sua cronica inefficienza, dei costi eccessivi che comporta per chi crea valore e lavoro. Le lungaggini della giustizia civile sono state solo scalfite dal Pnrr e dovrebbero essere al centro di ogni disegno riformatore. La giustizia civile garantisce la tutela dei diritti di proprietà e l’esecuzione dei contratti: due elementi essenziali per gli investimenti, il credito e gli scambi. Cosa fare dunque per accelerare davvero i tempi del processo civile? Molte le innovazioni organizzative — a partire da una migliore calendarizzazione dei procedimenti — che potrebbero rendere la macchina molto più efficiente, come documentato dall’esperienza internazionale. Ma più che il saper cosa fare manca il voler fare. I magistrati sanno bene come accelerare i processi tant’è che le cause da lavoro durano meno della metà dei procedimenti di sfratto e meno di un sesto dei fallimenti. Certo, sono procedimenti con un diverso grado di complessità, ma questo non spiega differenze così vistose nelle durate. Il vero problema è che oggi la magistratura non risponde di fronte ai cittadini dei ritardi con cui porta a termine i procedimenti. Nella campagna elettorale per il referendum si è fatto un gran parlare della responsabilizzazione dei giudici per gli errori commessi. Ma i giudici dovrebbero innanzitutto rispondere, come qualsiasi operatore pubblico, dei tempi con cui forniscono il proprio servizio ai cittadini. Ci vorrebbero dei tempi massimi per i procedimenti — come i livelli minimi delle prestazioni vigenti per il servizio sanitario nazionale — che vengano fatti rispettare, pena sanzioni per gli uffici inadempienti. Se questo governo vuole davvero riformare la giustizia, e non invece mettere a tacere i giudici, ha l’occasione per dimostrarcelo senza toccare la Costituzione, anzi applicandola alla lettera, dato che tutti i diritti fondamentali sono minati alla base se la giustizia non funziona”.

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