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Nordio battuto ma resta e Andrea Romano lo invita a dimettersi come fece il suo idolo Churchill

Andrea Romano su Huffington Post ironizza sul ministro della Giustizia Carlo Nordio che ha detto: “La responsabilità della sconfitta è mia, ma non mi dimetto”.

La responsabilità è come la varicella: se la prendi, te la tieni. Inutile provare a nasconderla con un po’ di trucco: si vede comunque. Puoi curarne i sintomi e aspettare che passi. Ma è un metodo che non funziona in politica, dove l’unica possibilità di fare i conti con la responsabilità di una sconfitta è dimettersi. Non si capisce allora da dove venga la sicumera con cui Carlo Nordio ammette ciò che è evidente anche ai muri (ovvero che la responsabilità per la sconfitta del referendum è soprattutto sua, non tanto per aver firmato una riforma condivisibile ma per aver aizzato una resa dei conti contro tutta la magistratura che si è trasformata in una catastrofica prova di autolesionismo) senza però trarne subito le conseguenze. Che senso ha trasformare l’unico passo che sarebbe davvero comprensibile (le dimissioni immediate) nell’annuncio di non voler essere ministro nella prossima legislatura? Dando per scontato l’esito delle prossime elezioni politiche, trattando il ruolo di Guardasigilli come un bene nelle sue dirette disponibilità personali, condannando il governo a convivere con l’ulteriore palla al piede della sua permanenza in Via Arenula.

La verità è che le parole di Nordio certificano la debolezza di Giorgia Meloni, che da oggi è tanto presa dalla gestione di una crisi politica dagli esiti imprevedibili da non avere la forza di accompagnare alla porta l’architetto della catastrofe referendaria. Una decisione che, tra l’altro, equivarrebbe a voltare davvero pagina permettendo a lei e al suo esecutivo di provare a gestire il tempo che resta fino al voto come una stagione non più intossicata dalle scorie della sconfitta. Con Nordio che resta sulla sua poltrona, al contrario, la Meloni si assicura un sacrosanto martellamento quotidiano sulla vittoria del No e sull’esistenza di una maggioranza di elettori che ha scelto di votarle contro. E c’è da essere ragionevolmente sicuri che al martellamento fornirà ampio materiale lo stesso Nordio, che proprio in questa campagna ha dimostrato di non riuscire ad evitare inciampi ministeriali di varia gravità nonostante le pressioni al silenzio e alla moderazione che immaginiamo abbia ricevuto da Palazzo Chigi.

D’altra parte il responsabile della catastrofe, per sua propria ammissione, ha la ragionevolezza di paragonarsi a Winston Churchill. E qui qualcuno dovrebbe intanto avvertirlo che la casella da aspirante “Churchill italiano” è già occupata da Carlo Calenda (non aggiungeremo neanche una parola che alluda alla mitomania che deborda da tale aspirazione, perché Calenda è notoriamente il politico più permaloso dell’Occidente). Ma anche se il ministro non dimissionario volesse davvero fare a gara a chi è più Churchill dell’altro, sarebbe il caso di ricordargli che il condottiero della vittoria britannica contro il nazismo si dimise spesso e volentieri. Ad esempio dopo la catastrofe di Gallipoli nel 1915, di cui prese interamente la responsabilità come Primo Lord dell’Ammiragliato. Senza neanche tirarla troppo per le lunghe come il suo epigono di Via Arenula.

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Bravi come noi toscani non ce ne

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