Ivan Della Mea, l’autore della colonna sonora del ‘68
Luciano Luciani.
Sono sempre belle le canzoni di “Ivan” Della Mea (Torre Alta/Lucca, 1940 – Milano, 2009), anche a riascoltarle a oltre mezzo secolo di distanza dalle vicende che le ispirarono. Allora, più di cinquant’anni fa, non le trasmettevano certo per radio e meno che mai avresti avuto l’occasione di incrociarle, quelle canzoni e il loro autore, sugli schermi della televisione già allora inesorabilmente entrata in tante e tante case. I testi di Della Mea intensi, cantati con una voce roca, indimenticabile, su melodie tanto semplici quanto incisive, rappresentarono la colonna sonora dell’agire di una minoranza giovanile, animata da un’idea forte: quella della rivoluzione che avrebbe posto fine se non a tutti almeno a molti dolori sociali e realizzate una maggiore giustizia tra gli uomini e un po’ più di uguaglianza. Si cantavano in piazza le sue canzoni nel corso delle manifestazioni a favore del Vietnam e contro l’imperialismo americano; in occasione di dimostrazioni sindacali con cui una parte importante del Paese agiva per sanare antiche e recenti ingiustizie; in affollate assemblee studentesche nelle università occupate… E il Della Mea era il nostro bardo. Che, nonostante la straordinaria padronanza dei linguaggi e dei gerghi meneghini sempre largamente dimostrata – sue le più belle ballate contemporanee in dialetto milanese – non era per niente lumbard, ma era nato nei dintorni di Lucca col nome di Luigi: nel 1940, sulle colline di Torre Alta, da una famiglia di mezzadri, ultimo di quattro figli. Il padre, Federico, manifestò sempre poca voglia di lavorare, scarsa propensione alla vita familiare, una passione, invece, per l’alcol, le corse dei cavalli e il gioco d’azzardo. Fece dei grossi debiti, s’intruppò col fascismo e, dopo la guerra, si perse, fino a ridursi a una figura erratica che sapeva di barbone. Morì nel 1962 intossicato “di fascio e di vino”: allo stesso anno data il primo LP di “Ivan”, Ballate della piccola e della grande violenza, una storia autobiografica in versi e musica, durissima e senza spazio per la retorica:
Ieri mio padre è morto
solo e senza niente.
Io l’ho rivisto
nella stanza ardente.
I baffi erano tecchi
parevano bestemmie,
contro quel lezzo forte
che sapeva di morte
E ancora:
in una stanza senza stagioni,
dove regnava la miseria,
la vita era cosa assai seria
con un padre re dei beoni,
il quale sbronzo quasi ogni sera,
vagava nudo in quella stanza
canticchiava “Faccetta nera”
Faticoso e complicato per Luigi l’approccio alla vita adulta. Adolescente canta bene, legge tantissimo, altrettanto gioca a pallone. Trasferitosi da Lucca a Bergamo frequenta istituti e collegi che sanno di disagio familiare. Irregolari e tormentati i suoi studi. Frequenta la scuola di avviamento industriale e poi il Convitto Scuola “Rinascita” di Milano, straordinario laboratorio di avanzate esperienze pedagogiche: qui diventa comunista e, per significarlo a tutto il mondo, assume il soprannome russo/sovietico di “Ivan”. Comunque, “Ivan” o non “Ivan”, lo cacciano anche di lì.
Lavori: tanti e precari. Fattorino, correttore di bozze, redattore al “Calendario del Popolo”, rivista di cultura popolare legata al Pci. Nel 1960 passa alla casa editrice Vallardi e vede il suo stipendio raddoppiato da 25.000 lire al mese a 50.000. Licenziato. Assunto alla Camera del Lavoro di Milano al sindacato poligrafici e cartai… Giornalista al quotidiano “Stasera”, che chiude nel 1962 dopo la morte di Enrico Mattei. Tante altre occupazioni, tutte segnate dalla discontinuità e condotte all’interno di uno stile di vita che potremmo definire scapigliato e anticonformista.
Nel frattempo inizia la sua attività col Nuovo Canzoniere Italiano, un gruppo musicale a cui si deve la riscoperta e la valorizzazione di molti canti della tradizione e di protesta. Col NCI “Ivan” realizzerà 12 LP, tre 33 giri, tre 45 giri. e soprattutto anni e anni di concerti nelle piazze, nelle Case del Popolo, nelle sezioni di Partito, nei circoli Arci, nelle Feste dell’”Unità” e dell’”Avanti”. Un tentativo generoso di creare un circuito culturale alternativo a quello ufficiale e dominante della radio e della televisione. Un’utopia non riuscita, malgrado la bellezza dei testi raccolti negli album Io so che un giorno, 1966; Il rosso è diventato giallo, 1969; Ringhera, 1974; Sudadio giudabestia, 1979.
Ma l’attività di Della Mea non si è limitata al recupero della cultura popolare attraverso le canzoni e all’impegno di inventare una canzone politica adeguata a quanto andava accadendo in Italia, in Europa, nel mondo: il boom economico, la trasformazione della società italiana in società industriale, il consumismo, la cultura di massa, il Vietnam e il ’68, le vecchie ingiustizie e quelle nuove… E mentre quella spinta al cambiamento, progressivamente, andava esaurendosi, “Ivan” rivela anche altre doti, qualità, risorse.
Giornalista dell’ “Unità”, del “Manifesto”, di “Liberazione”, direttore del mensile di politica e cultura “Il Grandevetro”, Della Mea rivela ottime doti di scrittore noir con Il sasso dentro, 1990, tagliente poliziesco metropolitano e Sveglia sul buio, 1997, il racconto di come un gruppo di anziani riesca ad agire, con qualche successo, contro il potere, da quello militare a quello dei media.
Con Se nasco un’altra volta ci rinuncio, raccolta di aforismi, epigrammi e massime, Luigi “Ivan” nel 1992 vince il premio Forte dei Marmi per la satira politica. Vanno poi almeno ricordati La cantagranda, testi poetici che l’Autore chiama “cantate”, e l’ultimo suo libro Se la vita ti dà uno schiaffo, uscito pochi giorni prima della scomparsa nel giugno 2009: “Ivan” aveva cominciato a scriverlo quando poco tempo prima il cuore gli si era fermato per 17 secondi. Ancora un’informazione per rendere conto della sua versatilità, l’esperienza di sceneggiatore cinematografico: nel 1969 insieme a Franco Solinas scrive il soggetto di Tepepa, uno spaghetti-western niente male dalla parte degli sfigati con Thomas Milian e, addirittura, la partecipazione di Orson Welles.
Presidente sino alla fine dell’Istituto Ernesto De Martino, “per la conoscenza e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario”, si definiva “Comunista resistente. Interista paziente”.
Ti abbiamo voluto bene, “Ivan” Della Mea.





