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L’Iraq diventa il terzo fronte, Baghdad scivola nel caos

Ariel Piccini Warschauer.

Il sibilo dei droni che tagliano il cielo sopra la “Zona Verde” non è più un’eccezione, ma il battito regolare di una guerra che non ha più confini. L’Iraq è diventato ufficialmente il “terzo fronte”, un teatro di fiamme e polvere dove le milizie fedeli a Teheran hanno ricevuto l’ordine di colpire, duro e senza sosta.

A Baghdad, il potere non si misura più nei palazzi governativi, ma nelle basi delle Hashed al-Shaabi, le Unità di mobilitazione popolare. Dietro la facciata istituzionale, queste brigate sono il braccio armato del regime degli Ayatollah. I dati parlano chiaro: nelle ultime settimane, l’escalation contro le strutture americane e gli interessi israeliani è decollata. Non sono più “scaramucce” di disturbo. È una strategia coordinata per strangolare la presenza occidentale nella regione.

L’obiettivo è chiaro: alleggerire la pressione su Teheran e sul fronte libanese, costringendo il Pentagono a guardarsi le spalle in una terra che gli Stati Uniti speravano di aver parzialmente pacificato.

L’ultimo attacco contro l’ambasciata USA a Baghdad è il paradigma di questa nuova fase. Non solo vecchi razzi Katyusha, ma droni suicidi di fabbricazione iraniana, precisi e letali. Sui canali Telegram vicini alla galassia di Sabereen News, la propaganda viaggia veloce: video in bassa risoluzione celebrano i lanci, mentre la retorica del “martirio” e della cacciata del “Grande Satana” torna a infiammare le piazze.

Ma non c’è solo la capitale. Nel nord, nel Kurdistan iracheno, la situazione è ancora più tesa. I bombardamenti iraniani nel distretto di Koya, contro le opposizioni curde, servono a mandare un messaggio preciso a Erbil: chiunque collabori con l’Occidente o con lo “Stato sionista” finirà nel mirino.

Nonostante l’operazione “Roaring Lion” stia colpendo duramente le infrastrutture in Iran, la gerarchia militare di Teheran non arretra. Anzi, rilancia. Utilizzare il territorio iracheno come rampa di lancio permette agli Ayatollah di mantenere una “negabilità plausibile”, mentre il governo locale di Baghdad, debole e ostaggio dei veti incrociati, osserva impotente la propria sovranità andare in fumo.

Per noi che abbiamo visto l’Iraq bruciare nel 2003 e durante l’ascesa dell’Isis, il déjà-vu è inquietante. L’aria è pesante, la stessa che si respira prima dei grandi incendi. Il “terzo fronte” è aperto, e la sensazione è che questa volta spegnerlo sarà molto più difficile.

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