Oltre il limite, i missili di Teheran sfidano l’Oceano
Ariel Piccini Warschauer.
L’ombra dei missili dell’ayatollah si allunga fin dove non era mai arrivata, oltre i confini del Medio Oriente, nel cuore blu dell’Oceano Indiano. Sabato mattina, mentre il mondo guardava ai soliti fronti caldi, Teheran ha tentato il colpo gobbo: colpire la base di Diego Garcia, l’atollo blindato che ospita i bombardieri strategici e i sottomarini a propulsione nucleare di Washington e Londra. Secondo l’agenzia iraniana Mehr, sono stati lanciati due missili balistici a raggio intermedio (IRBM). Un’azione che rompe ogni indugio e, soprattutto, ogni rassicurazione diplomatica. Solo un mese fa, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi giurava che l’Iran aveva limitato volontariamente la gittata dei suoi vettori a 2.000 chilometri. Bugie da bazar. Per raggiungere Diego Garcia, quei missili hanno dovuto coprire 4.000 chilometri (circa 2.485 miglia). Un salto tecnologico e operativo che gela le cancellerie occidentali. I report del Wall Street Journal confermano che l’attacco non ha causato danni, ma per un soffio. Uno dei vettori avrebbe fatto cilecca, tradito da un guasto tecnico durante il volo. L’altro è stato preso di mira da un intercettatore SM-3 lanciato da una nave da guerra statunitense. Non è ancora chiaro se l’impatto sia avvenuto, ma il messaggio è arrivato a destinazione: nessuno è più al sicuro, nemmeno negli avamposti più remoti.
Secondo il centro di ricerca israeliano Alma, le stime precedenti davano i missili iraniani capaci di raggiungere i 3.000 chilometri. Gli analisti di Iran Watch erano stati più pessimisti, puntando proprio sulla soglia dei 4.000. Avevano ragione loro.
Perché Diego Garcia? Perché è il “coltellino svizzero” del Pentagono nell’Oceano Indiano. Da qui decollano i B-52 e i B-2 che sorvegliano lo scacchiere globale; qui attraccano i cacciatorpediniere lanciamissili che presidiano le rotte del petrolio. Colpirla significa tentare di recidere il cordone ombelicale della proiezione di potenza americana. Mentre Trump segnala la volontà di chiudere le operazioni militari, l’Iran risponde alzando la posta. La guerra dei servizi di intelligence è finita: ora parlano i motori dei missili che solcano il cielo sopra l’Oceano Indiano.





