Venti di guerra nel Golfo, Riad pronta a colpire l’Iran
Ariel Piccini Warschauer.
La tregua di facciata tra Riad e Teheran è ufficialmente finita sotto il peso dei missili balistici. Il messaggio che arriva dai palazzi del potere saudita non lascia spazio a interpretazioni: il Regno è pronto a rispondere con le armi. Il Ministro degli Esteri, il Principe Faisal bin Farhan, ha rotto gli indugi dopo l’ultima ondata di attacchi iraniani che hanno fatto tremare i cieli della penisola arabica.
“Fiducia azzerata”
“Ogni briciolo di fiducia nei confronti di Teheran è stato completamente frantumato”, ha tuonato il Principe durante un vertice d’emergenza a Riad. Non si tratta più solo di schermaglie diplomatiche. La pioggia di fuoco che ha preso di mira le infrastrutture strategiche, tra cui la raffineria SAMREF di Yanbu (gioiello della joint venture con Exxon), ha segnato il punto di non ritorno. Per i sauditi, l’Iran non agisce più come un vicino difficile, ma con una “visione puramente ostile”.
L’opzione militare sul tavolo
La minaccia è esplicita: Riad si riserva il diritto di una risposta “non politica”. Tradotto dal linguaggio diplomatico: i caccia sauditi sono pronti al decollo. “L’Iran deve capire che le sue azioni premeditate avranno conseguenze”, ha aggiunto bin Farhan, puntando il dito non solo contro i pasdaran, ma anche contro quella rete di milizie proxy che Teheran usa per incendiare la regione senza sporcarsi (troppo) le mani.
Il nodo del petrolio
A preoccupare il mondo è anche lo spettro del blocco dello Stretto di Hormuz. Il Ministro saudita è stato chiaro: la libertà di navigazione è una linea rossa e, se minacciata dai missili anti-nave iraniani, richiederà una “azione collettiva”. Mentre i prezzi del greggio iniziano a ballare sulle borse internazionali, il Golfo Persico si trasforma in una polveriera pronta a esplodere. Riad non intende più stare a guardare mentre i suoi pozzi bruciano. La diplomazia ha fallito, ora la parola rischia di passare definitivamente ai cannoni.





