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Il ritorno del terrorismo nella Striscia: Hamas si riprende Gaza

Ariel Piccini Warschauer.

Il paradosso di Gaza si consuma nel vuoto lasciato dai cingolati e nelle pieghe di una guerra regionale che ha spostato improvvisamente l’asse della tensione mille chilometri più a est. Mentre i radar della difesa israeliana sono tarati sulle traiettorie dei missili balistici iraniani, tra le macerie della Striscia i terroristi di Hamas stanno mettendo in atto una silenziosa, ma violenta, “restaurazione” del loro potere criminale.

La tattica del vuoto

Nonostante mesi di martellamento aereo e operazioni di terra volte a smantellare le infrastrutture di Sinwar, Hamas sta dimostrando una resilienza che non è solo militare, ma anche politica. Sotto la copertura mediatica e strategica del conflitto tra Israele e Iran, i miliziani sono tornati a sfilare. Non più con le grandi parate di un tempo, ma con unità agili che riaffermano il controllo sul territorio attraverso la forza e il pizzo, come una qualsiasi organizzazione mafiosa. 

Il messaggio è chiaro: il disarmo, evocato nei tavoli negoziali di Doha e del Cairo, è un’ipotesi lontana dalla realtà del terreno. Chi osa alzare la voce contro la gestione del movimento o contro una guerra che ha polverizzato il futuro di milioni di gazawi viene messo a tacere. La repressione e il terrore sono il collante che tiene insieme i resti del “regime” di Hamas nella Striscia di Gaza.

La guerra del pane

Il punto di rottura più drammatico riguarda però gli aiuti umanitari. Migliaia di kit alimentari della Gaza Humanitarian Foundation (GHF) giacciono immobili sul lato israeliano del confine, al valico di Kerem Shalom. È una guerra logistica che Hamas sta vincendo per sfinimento sabotando i canali alternativi: L’organizzazione vede nella GHF (un’iniziativa che cerca di bypassare le agenzie tradizionali e il controllo locale di Hamas) come una minaccia esistenziale alla propria sopravvivenza politica. Se il cibo arriva senza il “timbro” dei miliziani, il consenso politico basato sul bisogno strumentale svanisce. Così i miliziani del gruppo terrorista vicino a Teheran, attaccano i convogli e intimidiscono i clan locali disposti a collaborare con l’iniziativa umanitaria. Il risultato è una paralisi: gli aiuti ci sono, ma non possono entrare se non a condizioni che rafforzano chi li sequestra.

Il fattore Iran

Per la leadership di Hamas, lo scontro diretto tra lo Stato ebraico e la Repubblica Islamica è stato un “regalo” tattico. Con l’IDF costretto a gestire la minaccia dei proxy libanesi di Hezbollah e il rischio di un’escalation militare con Teheran, la pressione costante su alcuni settori di Gaza si è allentata. Quel tanto che basta perché la “polizia civile” di Hamas tornasse in strada a riscuotere il pizzo (spesso sotto forma di cibo) e a gestire l’ordine pubblico con il solito pugno di ferro.

In questo scenario, il progetto di un “dopo-Hamas” appare sempre più nebuloso. Se Israele non riesce a garantire una distribuzione sicura delle risorse senza passare per i canali dei miliziani, la vittoria militare resterà monca. Hamas ha capito che per sopravvivere non deve vincere le battaglie campali, ma semplicemente rimanere l’unico fornitore di ordine e cibo nel caos assoluto. 

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