Sotto il fango del Libano: le colonne di Gerusalemme sfidano il partito di Dio
Ariel Piccini Warschauer.
I cingoli hanno iniziato a masticare la terra rossa del Libano meridionale col favore delle tenebre. Non è un’invasione in stile 1982, non ancora almeno, ma l’ordine d’operazione firmato dal comando nord dell’IDF parla chiaro: “Operazioni terrestri mirate e limitate”. In gergo militare significa andare a caccia, casa per casa, dei tunnel e delle postazioni di lancio che Hezbollah ha costruito a un tiro di schioppo dai kibbutz della Galilea.
L’attacco nel “giardino” di Hezbollah
Mentre i caccia con la Stella di Davide continuavano a martellare la periferia sud di Beirut, le unità d’élite della 98ª Divisione paracadutisti — i veterani di Gaza, gente che non dorme da mesi — hanno superato la Blue Line. L’obiettivo non è la conquista territoriale permanente, ma lo smantellamento sistematico della “Cittadella” di Hezbollah. “Non permetteremo un altro 7 ottobre dal nord”, ringhiano gli ufficiali al check-point di Metula, mentre l’artiglieria pesante illumina l’orizzonte verso Tiro.
Israele ha deciso: il tempo della diplomazia dei salotti è scaduto. Se l’ONU, con la sua missione Unifil ormai ridotta a spettatrice impotente, non è riuscita ad applicare la risoluzione 1701, allora ci penseranno i Merkava.
L’ombra di Teheran e il ricatto di Hormuz
Ma la partita vera non si gioca solo tra gli ulivi del Libano. Si gioca sui flussi del greggio e nelle cancellerie che contano. L’Iran, ferito nell’orgoglio per la decapitazione dei vertici di Hezbollah, ha risposto con il suo veleno preferito: il ricatto energetico. “Lo Stretto di Hormuz resterà chiuso, ma solo per i nostri nemici”, fanno sapere da Teheran. Un messaggio che è una pistola puntata alla tempia dell’economia globale.
E qui entra in gioco il “fattore Trump”. Il tycoon, che non ha mai smesso di guardare al mondo come a un grande tavolo da poker, ha alzato il telefono e ha chiamato Pechino. Il ragionamento è brutale nella sua semplicità: il 90% del petrolio che tiene accese le fabbriche cinesi passa da quelle acque tormentate. Se l’Iran chiude i rubinetti, la Cina affonda. Trump attende una risposta prima di volare da Xi Jinping: o Pechino mette il guinzaglio ai mullah, o il viaggio salta e la guerra commerciale diventerà totale.
Pechino alza il muro
La replica del Dragone non si è fatta attendere, algida e burocratica: “Gli Stati Uniti correggano i loro comportamenti scorretti sul commercio”. Tradotto dal mandarino: non chiedeteci favori finché ci colpite con i dazi.
Nel frattempo, nel sud del Libano, la parola resta alle armi. I reparti del genio israeliano stanno già scoprendo i primi “tunnel d’attacco” imbottiti di missili anticarro russi e droni iraniani. La battaglia è appena iniziata, e l’odore della polvere da sparo si mescola a quello del petrolio che rischia di incendiare l’intero Medio Oriente. Noi restiamo qui, a ridosso del fronte, a raccontare una guerra che nessuno sembra voler fermare davvero.





