#CULTURA #TOSCANA

Medici lucchesi a favore del vaccino antivaioloso nel secolo XIX

Roberto Pizzi.

Il vaiolo è stato fra  le malattie più tremende che abbiano afflitto l’umanità. La peste aveva fatto sterminio di vite umane, ma ciò era avvenuto saltuariamente. Il vaiolo, invece, era sempre stato presente  e costantemente aveva riempito di cadaveri i luoghi di sepoltura; calcoli attendibili stimarono che in tutto il XVIII secolo aveva provocato la morte di 60 milioni di individui, il che equivale ad un cifra enorme di 600.000 vittime l’anno. Inoltre, molti scampati alla morte per il morbo restavano orribilmente sfigurati per sempre. Con la scoperta dell’America la cosiddetta “morte nera” colpì le popolazioni che entrarono in contatto con i colonizzatori, provocando altri milioni di morti. 

Era una malattia infettiva, acuta e contagiosa, caratterizzata da febbri elevate, associate a spaventosi esantemi su tutto il corpo, con rapido sopraggiungere della morte e chi sopravviveva restava deturpato e, a volte,  cieco. Fu una antichissima presenza fra l’uomo, alla quale si cercava di porre rimedio con metodi empirici, non sempre funzionanti: la medicina cinese praticava l’inoculazione del vaiolo in soggetti sani, con un metodo singolare, che consisteva nell’introdurre nelle narici dei filacci  di stoppa imbevuti in vasetti di porcellana che conservavano croste miste al pus delle pustole vaiolose tratte da soggetti in via di guarigione. In Turchia si facevano respirare ai bambini polveri fatte con le croste delle pustole di convalescenti. In India si sfregavano violentemente sulle braccia dei batuffoli intrisi di pus vaioloso.

Nel 1775 comparve uno studio del prof. Tissot, della facoltà di medicina di Montpellier, che aprì la porta alla terapia giusta per curare questo male. Il medico sostenne che queste pratiche antiche di inoculazione avevano prodotto una minore mortalità e non avevano effetti devastanti sulla pelle dei bambini. Si usò, allora, il termine “variolizzazione”, per definire l’inoculazione del vaiolo umano con questi metodi millenari, usati in Asia e sconosciuti in Europa, fino al 1721, quando Madame di Woortrej, moglie dell’ambasciatore inglese a Costantinopoli, aveva fatto inoculare il vaiolo a suo figlio, prima del suo ritorno in patria. Il suo esempio venne seguito anche dalla moglie del re Giorgio d’Inghilterra, la quale, dapprima, usò come cavie cinque  condannati a morte  e dopo, visto il buon esito, fece fare lo stesso trattamento alle piccole figlie. Altrettanto fece Caterina di Russia. Gli inglesi estesero il metodo della inoculazione anche alle colonie, dove del resto loro stessi avevano portato il contagio. Ma quando fu evidente che queste pratiche, pur difendendo alcuni dal vaiolo, erano causa di superinfezioni che provocavano forme ancora più gravi della malattia ed inoltre erano veicoli di contagio di sifilide, tbc,  ed altri mali, le autorità mediche fecero proibire  la pratica della variolizzazione. 

Fu il genio intuitivo del dott. Edoardo Jenner che intervenne, finalmente,  ad indicare la strada giusta da percorrersi. Da tempo era nota una malattia bovina che provocava la nascita di pustole sulle mammelle delle mucche.  Tale male era conosciuto come vaiolo delle vacche, o vaccino. Tuttavia la malattia non provocava effetti di rilievo per gli animali, né inficiava la qualità del latte. Alcuni mandriani, mungendo le bestie, e avendo sulle mani piccole ferite, entravano a contatto con le pustole e si infettavano, soffrendo per qualche giorno di un leggero malessere, accompagnato da un po’ di febbre. Poi guarivano e ottenevano, nel contempo, l’immunità dal vaiolo umano. Il dott. Jenner, medico di campagna della contea di Gloocester, intuì il meccanismo, aiutato anche da una contadina che aveva in cura, la quale sosteneva con convinzione che ella non avrebbe potuto ammalarsi di vaiolo umano, visto che già aveva avuto quello vaccino.

Il 14 maggio 1796 Jenner trasse da questa illuminazione l’impulso di estrarre del pus dalle mani di una sua paziente mungitrice di vacche ed iniziare ad inocularlo nel braccio di un bambino sano. L’esperimento ebbe successo e pur con l’ostracismo di parte del mondo medico, Jenner elaborò un trattato che ebbe largo seguito in Inghilterra e che poi si diffuse in tutto il mondo.

Anche un compendio di medici appartenuti alla terra di Lucchesia si occupò della materia.

Già il medico Francesco Maria Fiorentini (1603-1673) aveva mostrato attenzione alle epidemie(in particolare alla peste del 1630 che colpì anche Lucca). Per altro, negli anni dei suoi studi presso l’ateneo pisano aveva conosciuto e difeso Galileo GalileiLa sua passione per le scoperte della fisica sperimentale galileiana è documentata da brevi note e schizzi astronomici che pose a commento di alcune opere scientifiche. 

Antonio Vallisneri (1661-1730), medico, biologo, naturalista, seguiva con attenzione e  informava su ciò che accadeva in Lombardia, dove si stava diffondendo la pratica, come nel Galles, di comprare il materiale infetto per usarlo contro il vaiolo. 

Pietro Tabarrani (1702-1799), fu un altro scienziato, con cattedra di Anatomia all’Università di Siena, attento alla problematica.

Ma Lucca può vantare un altro merito: quello di essere il primo stato al mondo ad introdurre, per legge, la vaccinazione obbligatoria.

Per lungo tempo si era ritenuto che fosse stato la Baviera ad avere introdotto, il 26 agosto 1807, una tale legge. In realtà, i decreti di Felice Baciocchi del 9 ottobre 1905 e del 25 febbraio 1806 dimostrano che fu la Repubblica di Lucca e poi il Principato che succedette come forma statuale, a poterne vantare la primazia. Senza considerare, inoltre, già la preveggenza dimostrata dal nostro Stato, con l’editto contro la “tisichezza polmonare”, come profilassi contro l’altra terribile malattia della tubercolosi. 

Alla base della legislazione antivaiolosa fu l’opera indefessa di Sebastiano Paoli (1720-1797), figlio di un rinomato chirurgo, il quale deve la sua fama non solo per essere stato il primo a Lucca a iniziare nel 1756 l’inoculazione del vaiolo umano, ma anche perché fu tra i primi a praticare in Italia questa pratica. In quell’anno, per la prima volta, assistito dai dottori Giulio Marchini e Bernardino Pucci, fece un innesto di vaiolo umano su due bambini del popolo, e la notizia fece scalpore tanto che apparve sul Giornale Enciclopedico di Liegi un “Breve e distinto ragguaglio di alcune esperienze riuscite felicemente a Lucca intorno all’innesto del vaiolo umano (…)”.  

L’intervento decisivo, che convinse le autorità lucchesi, venne poi, da Giacomo Franceschi  (1776-1838), figlio di un apprezzato chirurgo, il quale, dopo gli studi in filosofia e lettera nella sua città, si trasferì all’università di  Pisa, per dedicarsi alla medicina.  Con lui si conclude il percorso di ricerca che dalla variolizzazione (ossia dall’applicazione di materiali vaioloso umano), porta alla definitiva applicazione del materiale vaccino, scoperto dall’inglese Jenner. 

Franceschi, animo inquieto e assetato di conoscenza, si trasferì a Napoli, per perfezionare l’arte medica, presso professori di grande fama per quell’epoca  che apprezzarono il valore del giovane e che lo spinsero a fare esperienza medica a Sanpietroburgo, al seguito di una missione diplomatica. Poté così visitare e frequentare le più celebri università della Russia, della Germania, della Polonia, presso le quali apprese le più recenti condizioni mediche chirurgiche dell’epoca. Fu poi a Vienna e a Pavia, quindi a Milano, dove per un anno si dedicò all’ostetricia e alle malattie femminili. Finalmente nel 1803 faceva ritorno a Lucca, dove il Governo democratico gli affidava l’incarico di introdurre nel piccolo Stato la vaccinazione antivaiolosa, avendo acquisito nei suoi molti spostamenti  grandi conoscenze in materia. Nel 1804 la Repubblica di Lucca lo nominò direttore del nuovo “Istituto sulla  Vaccina”, e sotto il Principato dei Baciocchi, come detto,  la profilassi contro il vaiolo venne resa obbligatoria.

Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti