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Giuseppe Conte, tesi, antitesi e sintesi

Michele Magno in una lettera a StartMag descrive la fenomenologia di Giuseppe Conte.

Scrive: in una recente intervista al Foglio, Pier Ferdinando Casini ha affermato che le posizioni di Giuseppe Conte sull’Iran, sull’Ucraina e su altre questioni di politica internazionale sono incomprensibili, fino a invocare (scherzosamente) l’aiuto di qualche psichiatra o psicoanalista.

Non sono d’accordo. Il leader dei Cinquestelle è un personaggio cristallino, trasparente come la più pura delle acque minerali. Dopo il suo esordio sulla scena pubblica con un curriculum taroccato, è stato definito da Beppe Grillo “senza visione politica e capacità d’innovazione”. È, insieme, tesi, antitesi e sintesi. Di destra, di centro e di sinistra. Filocinese, filoamericano e filorusso. Concavo e convesso, ex avvocato del popolo e di clienti facoltosi. Da premier ha aumentato la spesa militare, e ora predica la buona novella pacifista. Quando era al governo sosteneva la riforma dell’ordinamento giudiziario, ora la considera un progetto eversivo della separazione dei poteri.

Tutto e il contrario di tutto, insomma. Ricorda una celebre battuta di Groucho Marx: “Signori, questi sono i miei princìpi. E, se non vi stanno bene, ne ho degli altri”. C’è chi si stupisce che sia ancora sulla cresta dell’onda. Lo è proprio perché, come annotava già nel 1764 lo storico francese Pierre-Jean Grosley dopo un soggiorno nel Bel Paese, “L’Italie est le pays où le mot ‘furbo’ est éloge”.

(In)degno erede della tecnica del travestimento inventata dal mussoliniano Leopoldo Fregoli (che era un artista straordinario), le “trasformiste apulien” ricorda il generico, che passa da un film all’altro senza nemmeno cambiarsi la truccatura, ritratto da Ennio Flaiano: “È un saggio a Tebe, un arconte ad Atene, un consigliere alla corte dei faraoni, un sacerdote a Babilonia. A Creta è un guardiano del labirinto, nell’Olimpo è Saturno, in Galilea un apostolo. Mi chiede un piccolo prestito. -Non stai lavorando?, gli domando. Allarga le braccia, desolato: -Dovrei fare un senatore, ma a settembre!” (“Europeo”, luglio 1958).

Il nostro poi è diventato non senatore ma deputato, e oggi tiene lo stesso al guinzaglio un partito che ha più del doppio dei suoi voti, impartendogli peraltro grottesche lezioni di moralità politica. Eppure oggi c’è chi se ne meraviglia. Sbaglia. Non ha capito, come Elly Schlein ha capito, che i voti di Conte sono indispensabili per vincere le elezioni e andare al governo. Già, ma per fare cosa? Ecco, questo resta ancora un mistero.

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