Il piano di Israele per eliminare Hezbollah
Ariel Piccini Warschauer.
Esiste un piano preciso, un obiettivo che non ammette più rinvii: porre fine, una volta per tutte, alla minaccia di Hezbollah sul confine settentrionale e creare le condizioni perché il regime di Teheran inizi a vacillare sotto il peso delle proprie responsabilità. A tracciare la linea della fermezza israeliana è Boaz Bismuth, figura chiave della Knesset, il Parlamento israeliano, e presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa, che in un colloquio con la stampa Estera ha confermato come lo Stato ebraico possieda oggi non solo la determinazione politica, ma soprattutto le capacità d’intelligence e militari per «mettere la parola fine» al ricatto dei miliziani sciiti.
Bismuth, che supervisiona i dossier più delicati della sicurezza nazionale, parla con la freddezza di chi ha visto e conosce i documenti riservati: «L’IDF sa esattamente cosa deve fare», assicura, facendo riferimento ai piani operativi dell’Operazione “Ruggito del Leone” (Roaring Lion). Non si tratta più di una guerra di attrito, ma di una strategia volta a smantellare l’infrastruttura bellica che il “Partito di Dio” ha costruito in decenni di violazioni della risoluzione ONU 1701, sotto gli occhi dei caschi blu.
Il punto di svolta, secondo Bismuth, non è solo tecnologico o militare, ma politico. «Hezbollah ha perso qualcosa di vitale: il sostegno dei libanesi. La gente in Libano è stanca», spiega il deputato del Likud. Il Paese dei Cedri, ostaggio dell’agenda iraniana, sta realizzando che la propria rovina coincide con gli interessi di Nasrallah e dei suoi successori. Israele punta a sfruttare questo scollamento, non per invadere il Libano, ma per liberarlo dalla morsa di un esercito privato che risponde solo agli ayatollah iraniani.
Il “Regime Change” a Teheran
Il discorso si amplia inevitabilmente all’Iran, la testa della piovra i cui tentacoli stringono tutto il Medio Oriente. Bismuth è chiaro: Israele deve vincere la guerra contro Hezbollah e contro l’Iran simultaneamente. Ma il ruolo di Gerusalemme non è quello di esportare la democrazia con i tank. «Il nostro compito è creare le condizioni per un cambio di regime», precisa Bismuth, definendo l’attuale leadership iraniana «nemica del suo stesso popolo, della storia della Persia e persino della religione musulmana».
L’obiettivo strategico è colpire l’economia e le strutture militari di Teheran fino a rendere insostenibile la sopravvivenza del sistema attuale, lasciando che sia poi il popolo iraniano – per il quale Israele ribadisce il massimo rispetto – a decidere il proprio destino. Mentre il nord di Israele continua a subire i lanci di razzi (oltre 200 solo nelle ultime ore), la politica interna si è congelata per senso di responsabilità. Bismuth ha confermato che anche le leggi più divisive sono state accantonate: «Abbiamo già abbastanza nemici fuori, l’ultima cosa di cui Israele ha bisogno è di combattere al proprio interno».
È questa l’immagine di un Paese che, nonostante le ferite e le pressioni internazionali, ha deciso di non accettare più «cicli di violenza» infiniti. La missione è chiara: disarmare il Libano meridionale, indebolire la fonte del terrore a Teheran e garantire che i cittadini del nord del Paese possano tornare a casa in sicurezza. Senza compromessi, questa volta.





