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Lo strappo di Trump, il via libera al petrolio russo scatena l’ira di Kiev

Ariel Piccini Warschauer.

Un mese di tregua energetica che rischia di scatenare un terremoto diplomatico. Donald Trump rompe l’unità d’intento del G7 e, con una mossa a sorpresa, annuncia la sospensione temporanea delle sanzioni sui carichi di idrocarburi russi. Per trenta giorni, le aziende americane e internazionali potranno tornare ad acquistare petrolio e gas da Mosca senza incorrere nelle ritorsioni del Tesoro statunitense. Una decisione motivata ufficialmente dalla necessità di stabilizzare i mercati globali, messi sotto pressione dalle tensioni nello Stretto di Hormuz, ma che a Kiev e nelle cancellerie europee è stata accolta come un vero e proprio “tradimento” della linea della fermezza.

La deroga di 30 giorni

L’annuncio è arrivato dopo giorni di indiscrezioni. Secondo quanto riportato dalle agenzie, la Casa Bianca ha giustificato la misura come un intervento d’urgenza per abbassare il prezzo del greggio, schizzato alle stelle dopo l’escalation in Medio Oriente. La deroga consentirà il completamento delle transazioni e lo scarico dei barili russi già in viaggio o in attesa di acquirenti, allentando la morsa su colossi come Rosneft e Lukoil che lo stesso Trump, solo pochi mesi fa, aveva promesso di colpire duramente.

L’ira di Zelensky

La reazione più dura non poteva che arrivare da Kiev. Volodymyr Zelensky, visibilmente irritato, ha definito la scelta “non logica”. “In questo modo — ha attaccato il presidente ucraino — la Russia riceverà miliardi di dollari per alimentare la sua macchina da guerra proprio mentre i suoi droni continuano a colpire le nostre città e a destabilizzare il mondo”. Per il governo ucraino, ogni barile venduto grazie a questa “finestra” americana si traduce in proiettili e missili pronti a cadere sul fronte.

L’Ue e il G7: fronte incrinato

A Bruxelles e nelle capitali europee domina lo sconcerto. La linea del G7 era stata chiara fino a ieri: massima pressione economica per strozzare le finanze del Cremlino. Antonio Costa, Presidente del Consiglio Europeo, è stato netto: “Indebolire le sanzioni aumenta solo le risorse di Mosca per proseguire l’aggressione. La pressione economica è l’unico modo per costringere Putin a un negoziato serio”.

Anche dalla Germania arrivano segnali di profonda insofferenza. Friedrich Merz, solitamente attento a mantenere buoni rapporti con la nuova amministrazione Trump, ha espresso critiche pesanti: “Riteniamo che questa decisione sia sbagliata. Vorremmo capire quali fattori abbiano spinto Washington a scavalcare gli alleati in questo modo”.

Il fattore Hormuz

Sullo sfondo resta la crisi iraniana. Con l’Iran che minaccia di bloccare il traffico energetico mondiale, Trump ha scelto di usare il petrolio russo come valvola di sfogo per evitare un’inflazione interna che peserebbe sul suo consenso. Ma il prezzo politico di questa scelta rischia di essere altissimo: la solidarietà atlantica, pilastro della resistenza ucraina, non è mai apparsa così fragile. Mentre gli Stati Uniti guardano ai distributori di benzina, l’Europa teme che questo mese di “libera vendita” possa essere solo il primo passo verso un disgelo permanente con Putin, alle spalle di Kiev.

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