Bibi sull’Iran: “Non è più lo stesso”
Ariel Piccini Warschauer.
Benjamin Netanyahu rompe il silenzio e lo fa con la postura del leader che sente di aver cambiato il corso della storia. In una conferenza stampa che segna un punto di svolta dopo quasi due settimane di intensi raid congiunti tra Israele e Stati Uniti, il Primo Ministro israeliano ha inviato un messaggio chiaro, tanto ai suoi cittadini quanto ai nemici regionali: il «mostro» di Teheran è stato ferito in modo profondo, forse irreversibile.
«L’Iran non è più la minaccia di una volta», ha esordito Netanyahu, delineando i successi delle operazioni Roaring Lion ed Epic Fury. Secondo il premier, anche se il regime degli Ayatollah non dovesse cadere domani mattina, i colpi inferti alle infrastrutture strategiche, al programma missilistico e alle forze d’élite hanno drasticamente ridotto la capacità offensiva della Repubblica Islamica. «Abbiamo eliminato i loro asset principali, abbiamo reso il loro spazio aereo vulnerabile. La minaccia esistenziale è stata ridimensionata», ha aggiunto con fermezza.
Ma il cuore del discorso di Netanyahu non riguarda solo la balistica, bensì la diplomazia e l’asse d’acciaio con Washington. Il Premier ha rivelato dettagli inediti sul suo rapporto con Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con una determinazione che pare superare quella del suo primo mandato. «Parlo con il Presidente Trump quasi ogni giorno», ha confessato Netanyahu. Una linea diretta, costante, «aperta», che ha permesso di coordinare attacchi senza precedenti nel cuore dell’Iran.
Il legame tra i due leader sembra aver superato le frizioni del passato, cementato da una visione comune: la necessità di un Medio Oriente liberato dall’egemonia sciita. Netanyahu ha descritto un Trump pienamente coinvolto, un alleato che non si limita al supporto logistico ma che condivide la strategia di massima pressione.
E sul futuro del regime? Netanyahu ha soppesato le parole, consapevole dei dubbi dell’intelligence americana sulla reale possibilità di un crollo imminente del sistema di potere clericale. «Possiamo creare le condizioni per il cambiamento di regime, ma spetta al popolo iraniano scendere in strada e riprendersi il proprio destino», ha dichiarato, rivolgendosi direttamente ai giovani e ai dissidenti di Teheran. Pur ammettendo che la caduta degli Ayatollah non è un obiettivo militare immediato garantito dalle sole bombe, il Premier israeliano è convinto che il «muro di paura» stia crollando.
Netanyahu ha poi lanciato un avvertimento diretto ai nuovi leader iraniani e ai vertici di Hezbollah: «Non stipulerei un’assicurazione sulla vita per loro», ha scherzato con amara ironia, riferendosi a Mojtaba Khamenei e Naim Qassem.
Mentre a Tel Aviv il dibattito politico resta infuocato – tra i processi che inseguono il Premier e le tensioni sulla legge per l’arruolamento degli ultraortodossi, per ora congelata – Netanyahu si riprende la scena internazionale. La sua scommessa è chiara: mostrare che, grazie alla partnership con Trump, Israele non è più solo in una lotta di difesa, ma è all’offensiva per ridisegnare gli equilibri del mondo. L’Iran trema, e Gerusalemme, forte dell’appoggio della Casa Bianca, non ha intenzione di fermarsi a metà dell’opera.





