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Ricordi dello “Spedale de’ Pazzi di Fregionaja” istituito dalla Repubblica di Lucca

Roberto Pizzi.

Lo “Spedale de’ Pazzi di Fregionaja” fu istituito dalla Repubblica di Lucca nella seconda metà del Settecento. Non è certo se il nome Fregionaja, dato in origine all’Ospedale Psichiatrico di  Maggiano, derivi: dalla corruzione del nome latino “Frigdonaria” a sua volta ricavato da “Frigdianus”, nome che ci riporta a  San Frediano (leggendario vescovo di Lucca tra il 562 e il 588); oppure dal  nome di una specie di uccelli chiamati frosoni, dal becco grosso che abbondavano sul cielo di S. Maria a Colle e di Maggiano, a pochi chilometri dalla città, sul lato occidentale del fiume Serchio. Il nome della località sarà poi trasformato dallo scrittore psichiatra Mario Tobino,con licenza letteraria, in “Magliano”, per dare il titolo ad un suo noto libro. L’ospedale, secondo alcuni, rappresentò il passaggio nello Stato lucchese dalla restrizione in carcere dei malati di mente, all’assistenza sociale ospedaliera. Con questo “ pubblico manicomio” iniziava una fase che non puòessere dimenticata, sia per il contesto storico e sociale, che per i medici che vi operarono curandoresponsabilmente e con amore i malati di mente. Intorno all’ospedale di Maggiano si intessono dense e drammatiche vicende che hanno ispirato la storia, la letteratura e la cinematografia. Due romanzi di successo vi sono stati ambientati: “Le libere donne di Magliano” e “Per le Antiche Scale”, scritti da Mario Tobino. Il cinema ha già offerto al pubblico il film di Mario Bolognini tratto dal secondo romanzo sopra citato” (1975), il cui cast comprendeva , fra gli altri,  i nomi prestigiosi di Marcello Mastroianni e Barbara Bouchet. Ora, da martedì 10 marzo,  per sei puntate, la Rai 1 offrirà in prima serata la serie “Le libere donne”, diretta da Michele Soavi e interpretata da Lino Guanciale, Grace Kicaj, Gaia Messerklinger e Fabrizio Biggio.  

Questa fiction è ambientata tra Lucca e Viareggio durante la Seconda Guerra Mondiale ed  in essa si narra proprio  la storia dello psichiatra e scrittore Mario Tobino, il quale si scontra con i metodi rigidi e repressivi dell’epoca, cercando invece di restituire dignità, ascolto e comprensione alle pazienti ricoverate, molte delle quali erano state internate ingiustamente o per aver manifestato un comportamento ritenuto troppo libero per i costumi di alloraMa altri ancora sono gli spunti e le vicende storiche che si annodano  intorno a questo “Ospedale dei pazzi”. A partire dal 1799 l’ospedale è già all’attenzione dell’ opinione pubblica per le vicende della giacobina lucchese Benedetta Toti,   che superò gli uomini per energia e audacia. Di sentimenti liberali, la sua casa  era luogo di riunione e centro di propaganda rivoluzionaria. Benedetta venne arrestata per la sua irruenza,  e rinchiusa nell’ospedale dei Pazzi  di  Fregionaja, alla fine del 1798. Questa sua detenzione durò poco, perché il 6 gennaio del 1799 i Francesi che avevano  occupato Lucca  la liberarono dal manicomio, portandola in trionfo in città. Nel 1808, Fregionaja e l’Ospedale di S. Luca furono inseriti tra i Reali Spedali ed Ospizi  fondati da Elisa Bonaparte Baciocchi, duchessa di Lucca.  Con la legge del 1865, il mantenimento dei manicomi passò dai Comuni alle Province, che rimase in essere fino al settembre del 1980, quando Fregionaja passò dalla competenza della Provincia a quella dell’Unità Sanitaria Locale n. 6 Piana di Lucca. Dalla fine del XIX secolo aveva assunto  la direzione del manicomio il prof.  Andrea Cristiani, affiancato dagli psichiatri  Andrea Vedrani e Giuseppe Paoli. Quando nel 1904 venne promulgata dal governo Giolitti “la legge sui Manicomi n. 36”, proprio Paoli e Vedranipubblicheranno un articolo veemente contro questa legge, protestando per la sua inumanità. Secondo il dottor Paoli il mezzi di contenzione rendevano il manicomio non più un luogo di cura ma un luogo di pena e contro tale concezione punitiva dei malati sempre si schiererà nella sua tormentata e generosa esperienza sanitaria.  Comunque, nel corso della direzione del  prof. Cristiani (che durerà fino al 1936), coadiuvato dai due medici citati, fu applicato il “no-restraint” nel manicomio lucchese, ovvero la proibizione a contenere i malati agitati con cinghie, catene, funi, e manette. A bloccare questo intenso programma di riqualificazione intervenne però la Grande Guerra, che pose il suo pugno di ferro anche nel contesto del manicomio di Fregionaja: alcuni dei medici furono richiamati alle armi, mentre altri furono messi a disposizione delle autorità militari; in molti partirono per il fronte e il lavoro si fece maggiormente gravoso. Fu istituito il reparto psichiatrico di osservazione per militari con il ricovero di molti dementi profughi da altri territori. Il prof. Cristiani, nella relazione tecnico-sanitaria del 1921, nuovamente denunciava le gravi e decadenti condizioni nelle quali versava l’istituto, considerando anche il numero eccessivo di ricoverati. Con l’avvento del Fascismo, le leggi sulla malattia mentale diventarono ancora più restrittive. Alla  direzione di Cristiani seguì, nel 1936, quella del medico Guglielmo Lippi Francesconi, il cui mandato fu interrotto dagli eventi bellici del secondo conflitto mondiale: a causa di alterchi con il Podestà di Lucca, Lippi Francesconi fu arrestato dai nazisti, nella drammaticaretata alla certosa di  Farneta dove si era rifugiato, nel settembre del 1944 e poi ucciso sulle rive del torrente Forno a Carrara. Nel 1944, dopo l’arresto del direttore Lippi Francesconi, la successione della direzione del manicomio fu affidata a Alessandro Pfanner, il quale si dimise nel corso del 1954 a causa di una malattia. Fino al 1956 la direzione andò allora a Mario Tobino, primario della divisione femminile, che aveva preso servizio già nel 1942 (sarebbe rimasto presso il manicomio di Maggiano per più di quarant’anni, anche dopo la cessazione del suo servizio di medico). Egli si dedicò con tutte le sue forze allo studio della malattia mentale e alla sofferenza dei ricoverati. Negli anni ‘70 si trovò a fronteggiare le conseguenze della legge 180/1978, detta “legge Basaglia”: fu definito un “antibasagliano”, ma egli non si considerò mai tale.

Sulla famiglia Pfanner e sulla figura di Guglielmo Lippi Francesconi  mi soffermerò meglio in altri articoli che seguiranno. In queste righe finali desidero ricordare il medico primario Giuseppe Paoli,che sarebbe stato dimenticato da molti se il regista Bolognini non lo avesse  fatto diventare il professor Bonaccorsi (Marcello Mastroianni), personaggio principale del suo film del 1975 “Per le antiche scale”. La sua famiglia era formata dallo stesso, Giuseppe, lo psichiatra (morto nel 1955); dai fratelli Alfonso,medico farmacista titolare di una farmacia in piazza della Magione a Lucca; da Marino (commercialista) e dalle sorelle Maria  (che lavorava nella farmacia del fratello dove si occupava di creme, profumi, preparazioni mediche); Anna (o Annetta), malata di mente e  reclusa nel manicomio di Maggiano; infine dall’ultima sorella, Caterina, addetta ad accudire la famiglia, insieme alla domestica Nola Fambrini (che a quell’epoca, per il volgo, era la “serva”, ma  che in realtà era quasi “padrona” data la bontà d’animo dei Paoli).  Come si usava all’epoca, diversefamiglie della buona borghesia, prendevano con loro, in pianta stabile, ragazze della campagnalucchese, per farsi aiutare nei lavori domestici. Nola, di Santa Maria a Colle (stava in località Casa Bianchi)  intorno ai 10 anni era entrata al servizio della famiglia Paoli (quando ancora il dr. Giuseppe era in servizio a Maggiano). Stante la giovanissima età, la bimba non arrivava ancora all’acquaio per lavare le stoviglie e venne fatto costruire un apposito panchetto per farla arrivare al rubinetto. Tutto questo nucleo nel 1936 (dopo il pensionamento del dottore Giuseppe) si trasferì in Lucca, dentro le Mura,  in un palazzo di via del Fosso, prospiciente la famosa Villa Bottini.  La sorte volle che in una casa  adiacente, collegata anche internamente a questo palazzo, prese residenza nel 1938 una giovane coppia di sposi: i coniugi Giuseppe Pizzi e Gina Giorgetti, dai quali nascerà anche chi scrive, ultimo di 5 figli. Ebbene nel cuore di tutti noi  (come in quello dei nostri genitori)  rimase per sempre il ricordo di questa splendida, seppur tormentata famiglia Paoli, col la quale avevamo instaurato un rapporto di grande e rispettosa amicizia. Il dottor Giuseppe Paoli, che si era ritirato dalla professione, aveva preso a volerci bene come se fossimo suoi figli e  attento e premuroso  spesso ci invitava in casa sua (nella quale si era sostanzialmente autorelegato). Altrettanto affetto ci era riservata da parte di tutti gli altri componenti della sua famigli: signorile, distinta, generosa, che metteva a suo agio interlocutori più modesti, come eravamo noi. Non troppo bigotta, né conformista, rispetto ai simili del loro rango, dove la “serva” Nola  era in realtà, come già detto, la virtuale padrona di casa ed anche lei e la sua famiglia avrebbero potuto essere oggetto di qualche film, stante i drammi vissuti e le altre cose intime che ci vennero confidate. Tutte queste persone di nobile animo, hanno lasciato un ricordo indelebile nelle nostre memorie. Nel nostro piccolo Pantheon tutti loro hanno un posto di primaria importanza.  

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