Iran, il trono passa al figlio di Khamenei ma è già nel mirino
Ariel Piccini Warschauer.
Il sigillo della continuità è stato apposto nel momento più drammatico per la Repubblica Islamica. Con un annuncio che rompe decenni di tabù ideologici, i media di Stato hanno confermato domenica che l’Assemblea degli Esperti ha scelto Mojtaba Khamenei come successore del padre, l’Ayatollah Ali Khamenei. Una nomina che arriva nel vuoto di potere lasciato dall’uccisione della Guida Suprema a seguito dei devastanti raid condotti da Stati Uniti e Israele in territorio iraniano.
L’ombra dei Pasdaran
La scelta di Mojtaba, 55 anni, non è solo una questione di sangue, ma di forza militare. Sebbene il suo rango religioso sia quello di hojjatoleslam (un gradino intermedio nella gerarchia sciita), la sua vera base di potere risiede nei corridoi dell’IRGC, i Guardiani della Rivoluzione.
Fonti vicine a Teheran confermano che la nomina è stata il risultato di una «pesante pressione» esercitata dai vertici dei Pasdaran, guidati da Ahmad Vahidi e dall’influente ex capo dell’intelligence Hossein Taeb. Per i militari, Mojtaba rappresenta la garanzia che l’apparato di sicurezza rimarrà al centro del sistema, specialmente ora che il Paese si trova in uno stato di guerra e con gli ufficiali dell’esercito in fuga dalle caserme e dagli acquartieramenti ad Ovest della capitale.
Il dilemma della monarchia
Paradossalmente, l’ostacolo più grande alla sua ascesa è stato lo stesso Ali Khamenei. Secondo indiscrezioni trapelate dall’Assemblea degli Esperti, il defunto leader si era sempre opposto alla candidatura del figlio, temendo che la successione ereditaria trasformasse la Repubblica Islamica in una sorta di «monarchia teocratica», tradendo i principi della rivoluzione del 1979 che abbatté lo Scià.
Tuttavia, il pragmatismo della sopravvivenza sembra aver prevalso sui dogmi. «Il nome di Khamenei continuerà», ha dichiarato l’Ayatollah Eshkevari, confermando che la scelta è caduta sull’uomo capace di garantire la stabilità interna di fronte alla minaccia esterna.
L’avvertimento di Israele
La reazione di Gerusalemme non si è fatta attendere. Attraverso i canali ufficiali in lingua farsi, l’IDF ha lanciato un monito senza precedenti, definendo Mojtaba e chiunque partecipi alla transizione come «obiettivi legittimi». «La mano dello Stato di Israele inseguirà ogni successore», recita il comunicato, che suona come una condanna preventiva per il nuovo leader prima ancora del suo insediamento ufficiale.
Mentre a Teheran si discute della legittimità religiosa di un leader che non è ancora un Ayatollah, il mondo osserva con apprensione. Con Donald Trump che ha già definito la scelta «inaccettabile», il futuro dell’Iran si gioca tra la tenuta del sistema dinastico e la pressione militare di un asse israelo-americano che non sembra intenzionato a concedere tempo al nuovo erede.


