L’ombra di Ron Arad e il sangue della Beqaa, il blitz che sfida l’impossibile
L’ombra di Ron Arad e il sangue della Beqaa: il blitz che sfida l’impossibile
Ariel Piccini Warschauer.
Non è solo una missione militare. Non è solo il recupero di un caduto. Quello che è andato in scena nelle ultime ore nel cuore del Libano, a Nabi Sheet, è l’ennesimo capitolo di un’ossessione etica e metafisica che definisce Israele fin dalla sua nascita: il dogma del “non lasciare nessuno indietro”. Anche se quel “qualcuno” è un fantasma svanito nel cielo della Beqaa quarant’anni fa.
Il blitz nel santuario di Hezbollah
Il commando delle IDF è piovuto dal cielo nel cuore della notte, atterrando in una delle roccaforti più impenetrabili di Hezbollah. L’obiettivo: i resti di Ron Arad, il navigatore dell’aeronautica abbattuto nel 1986. Secondo le ultime indiscrezioni di intelligence, le ossa del pilota sarebbero state traslate in un’area specifica di un cimitero locale.
Ma la Valle della Beqaa non è un terreno neutrale. È un ecosistema di milizie e occhi vigili. Lo scontro è stato immediato, brutale, inevitabile. Il bilancio che giunge da Beirut parla di oltre quaranta morti e una pioggia di fuoco dal cielo per coprire la ritirata dei soldati con la Stella di David. Un prezzo altissimo per una missione che, stando alle prime conferme, si sarebbe conclusa con un pugno di mosche.
L’ossessione di un Paese
Perché rischiare una guerra regionale per una salma del 1986? La risposta non sta nella logica militare, ma nel contratto sociale che lega Gerusalemme ai suoi soldati. Per Israele, Ron Arad non è un fascicolo chiuso; è una ferita che spurga. Da decenni il Mossad e l’intelligence militare inseguono tracce, interrogano generali iraniani, scavano in villaggi siriani.
C’è però un retroscena politico che non può essere ignorato. In un momento di massima tensione al confine nord, questo blitz invia un messaggio d’acciaio a Nasrallah: “Possiamo arrivare ovunque, possiamo scavare sotto i vostri piedi mentre dormite”.
Il fantasma del 1986
Ron Arad fu catturato dagli uomini di Amal, poi venduto, forse ceduto agli iraniani, infine inghiottito dal silenzio. L’operazione di oggi ci dice che quel silenzio è insopportabile per lo Stato Ebraico. Ma ci dice anche che il Libano resta una polveriera dove il passato non è mai passato, e dove un vecchio debito di sangue può incendiare il presente in pochi istanti.
Mentre i caccia tornavano alla base e il fumo si alzava dalle macerie di Nabi Sheet, una domanda resta sospesa: quanto può costare la ricerca della verità in una terra che si nutre di segreti?


