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La maggioranza riscrive le regole del gioco elettorali

Biagio Marzo.

Già era in atto un muro contro muro sul referendum relativo alla riforma dei magistrati quando, inaspettatamente, se n’è alzato un altro sulla proposta della maggioranza di governo in materia di sistema elettorale. Una proposta di nuovo conio, scritta frettolosamente e con lacune non marginali: l’assenza delle preferenze e un premio di maggioranza abnorme, difficilmente conciliabile con i principi fissati dalla Corte costituzionale. Rispetto alla legge vigente il nuovo impianto abbraccia un proporzionale con sbarramento al 3%. Dal Rosatellum si vorrebbe passare al Stabilicum proposto come un toccasana di stabilità, come se Giorgia Meloni non avesse mai detto che il governo che guida non avrebbe fatto stabilità alla legislatura. L’unica cosa in comune con i sistemi elettorali passati è lo sfocio del latinorum. I partiti di governo hanno accelerato i tempi presentando il testo a poche settimane dalla chiusura della campagna elettorale fissata per il 22 e 23 marzo, probabilmente per evitare che la questione entrasse nel dibattito post-referendario tra vincitori e vinti.

Secondo le cronache, la trattativa decisiva sarebbe avvenuta durante una “pizza night” protrattasi fino all’alba, con un confronto serrato tra Fratelli d’Italia da un lato e Forza Italia e Lega dall’altro. Il partito della premier avrebbe dovuto cedere sull’indicazione del candidato premier e sul tema delle preferenze, rinunciando inoltre ai collegi uninominali. Proprio le preferenze sono state a lungo cavallo di battaglia della presidente del Consiglio, senza le quali c’è stato il crescente astensionismo. Resta però l’anomalia che segna le ultime leggi elettorali: i candidati al Parlamento sono di fatto scelti dai vertici di partito, con il risultato che risultano nominati più che eletti. Non sorprende, dunque, che molti cittadini disertino le urne, convinti di non avere reale voce in capitolo. Il meccanismo, sebbene conveniente per i leader, viene contestato pubblicamente — spesso con toni iperbolici — dalle opposizioni, mentre dalla maggioranza si fa trapelare l’ipotesi di un emendamento futuro per reintrodurre le preferenze. Se tale intenzione fosse stata reale fin dall’inizio, avrebbe evitato polemiche e sospetti sul reale orientamento dei proponenti. È plausibile che il braccio di ferro interno alla coalizione sia stato tale da costringere Fratelli d’Italia a ingoiare il rospo. Questo clima non favorisce neppure il fronte del Sì al referendum, soprattutto alla luce della consueta oscillazione della Lega di Matteo Salvini, che spesso parte in quarta per poi frenare. Un copione già visto: slanci iniziali e ripiegamenti tattici, una dinamica che ricorda il vecchio adagio della “furia francese e ritirata spagnola”.  

Il nodo più controverso resta però il cosiddetto “super premio” di maggioranza: con il 40% dei voti, la coalizione vincente otterrebbe 105 parlamentari aggiuntivi — 70 deputati e 35 senatori — cui si sommerebbero gli eletti nelle circoscrizioni speciali e all’estero. Una prospettiva che garantirebbe alla maggioranza numeri blindati, relegando l’opposizione a un ruolo meramente testimoniale. Il disegno appare come un abito cucito su misura per consentire alla coalizione vincente di eleggere autonomamente il Presidente della Repubblica o giudici della Corte costituzionale, senza necessità di confronto parlamentare. A ciò si aggiunge l’introduzione del ballottaggio con una soglia minima del 35%, parametro talmente basso da sollevare dubbi di compatibilità costituzionale. In definitiva, la montagna ha partorito non tanto un topolino, quanto un meccanismo elettorale che rischia di comprimere il pluralismo rappresentativo e alterare l’equilibrio tra governabilità e rappresentanza, cardine della nostra architettura costituzionale. Una riforma elettorale non può essere il prodotto di un negoziato notturno tra alleati, ma deve nascere da un confronto ampio e trasparente, perché le regole del voto non appartengono alla maggioranza del momento: appartengono alla Repubblica.

Giudizio finale: il testo normativo, per come delineato, appare politicamente divisivo e costituzionalmente esposto a rilievi. Più che una riforma di sistema, sembra una soluzione contingente, pensata per l’immediato per riproporre l’attuale maggioranza. E quando una legge elettorale nasce con questa impronta, la storia repubblicana insegna che difficilmente è destinata a durare.

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