Alla riscoperta di Giuseppe Bandi, garibaldino e giornalista
Luciano Luciani.
Il 1 luglio del 1894 era domenica. Di buon’ora come sempre, Giuseppe Bandi, direttore e fondatore del quotidiano “Il Telegrafo” di Livorno, si avvia dalla sua villetta all’Ardenza verso la propria casa di città. Sale su un “modesto legnettino” dal mantice alzato guidato da un cocchiere, percorre un primo tratto di strada, quando un individuo sale sul predellino della carrozza, lo colpisce con una tremenda coltellata all’addome e si dà alla fuga. Soccorso prima in farmacia e poi portato all’ospedale civico, il Bandi vi muore qualche ora dopo.
Chi l’ha ucciso e perché?
L’autore del crimine si chiama Oreste Lucchesi, un povero cenciaiolo di convinzioni libertarie, intenzionato a punire il direttore del giornale per i suoi fermi articoli di condanna dei metodi terroristici praticati dai seguaci di Bakunin e segnatamente il recentissimo omicidio – 25 giugno – con cui il giovanissimo anarchico italiano Sante Caserio aveva assassinato il presidente della repubblica francese Sadi Carnot. Processato a Firenze nel 1895 il Lucchesi viene condannato a trent’anni di reclusione. Morirà nel carcere di Nisida nel 1904.
Ma chi è Giuseppe Bandi? Una delle più belle figure del nostro Risorgimento, garibaldino, giornalista e scrittore. Autore de I Mille, il testo più affascinante sull’impresa dell’Eroe dei due mondi che, anche un critico severo come Benedetto Croce giudicava il frutto più riuscito nella abbondante memorialistica ispirata alle imprese in camicia rossa.
Nato nel 1834 a Gavorrano in provincia di Grosseto, dopo aver studiato ad Arezzo e Lucca, si laurea in giurisprudenza all’Università di Siena. Mazziniano, segretario del comitato fiorentino della Giovane Italia, come tanti suoi coetanei romantici alterna la poesia all’iniziativa politica. Così nel 1857 esordisce alle lettere con una raccolta poetica dal titolo assai indicativo Versi italiani. Fermato una prima volta in occasione dei moti repubblicani di Livorno, arrestato prima nel marzo e poi nel luglio 1858, è condannato a un anno di reclusione che sconta nel carcere di Forte Falcone a Portoferraio nell’isola d’Elba.
Scarcerato subito dopo la pacifica rivoluzione di Firenze e la partenza del granduca nell’aprile 1859, il Bandi si arruola volontario e partecipa alle operazioni di guerra in Lombardia. Sottotenente nella Divisione toscana dell’Esercito dell’Italia centrale, viene scelto da Garibaldi come ufficiale d’ordinanza. L’anno seguente, di guarnigione ad Alessandria, è chiamato da Garibaldi per partecipare alla preparazione della spedizione dei Mille. Accorso immediatamente a Genova, il Bandi segue il Generale da Quarto a Capua. Ferito a Calatafimi, promosso capitano e poi maggiore, assegnato alla brigata Medici, torna a combattere a Milazzo meritandosi le lodi di Garibaldi (“Bandi, siete un eroe!”) e al Volturno. Per dirla con lo storico inglese Denis Mack Smith era “un rivoluzionario, un apostolo dell’azione, un repubblicano, tre atteggiamenti che venivano ugualmente biasimati dai benpensanti dell’epoca”. Ritornato nell’esercito regolare riesce a conservare il suo grado di maggiore e al comando del suo battaglione si distingue in occasione della sfortunata battaglia di Custoza (1866) e ed è decorato con la Croce dell’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Cresciuti i motivi di attrito con i suoi superiori, questo garibaldino per istinto e temperamento lascia l’esercito nel 1870.
Si dedica allora al giornalismo. Collabora prima alla “Nazione” di Firenze, dirige poi la “Gazzetta livornese” di cui diviene proprietario nel 1876. Nel 1877 fonda “Il Telegrafo”. Penna amabile e benvoluta dal giornalismo italiano, sa sempre mantenere una sua autonomia di giudizio e una sostanziale libertà di critica anche quando i suoi amici e commilitoni salgono al potere. Nel 1889 è preso di mira dagli anarchici di cui condanna l’uso del terrorismo: quell’anno è inaugurato da una bomba fatta esplodere nella direzione dei suoi due giornali. Nel 1893 un altro attentato contro di lui e l’anno seguente, in seguito ad alcuni articoli nei quali criticava con forza l’omicidio politico per mano anarchica del presidente della Repubblica francese Sadi Carnot, il 1° luglio anch’egli viene ucciso a pugnalate.
Eppure, il Bandi si era dimostrato tutt’altro che insensibile alla questione sociale e in occasione dei fasci siciliani aveva scritto che quelle agitazioni erano “il frutto di odi accumulati da generazioni di uomini ridotti allo stato di vita bestiale, contro generazioni di sfruttatori che per stolto egoismo, riducendo alla disperazione i loro sottoposti, stanno per trarre il paese, se stessi ed altrui alla completa rovina”.
Non rinnegare mai il proprio passato, denunciare le durissime condizioni di vita delle classi subalterne che iniziavano ad affacciarsi sulla scena della storia, rifiutare ogni simpatia a quanti pensavano di migliorare la società con il terrorismo e gli omicidi politici, costa caro al Bandi: la sua posizione coraggiosa e non conformista all’interno della asservita pubblicistica del tempo lo spiazza, lo scopre e questo ormai maturo garibaldino paga con la vita il suo imperterrito esercizio della ragione.





