Il dovere di capire che non significa giustificare
La direttrice Agnese Pini sul Quotidiano Nazionale commenta le tensioni di piazza.
Guardavo le immagini meste e lugubri di un’Italia blindata, ieri pomeriggio, le vetrine del lusso coperte da tavole di compensato come le finestre di una casa in lutto, guardavo i paracadutisti della Folgore agli angoli delle piazze di Milano – tutt’intorno quel silenzio strano e freddo di chi si prepara a resistere a un assalto -, e non riuscivo a togliermi dalla testa un video dei giorni scorsi, uno fra le centinaia girati durante i saccheggi del 17 ottobre. Dura pochi secondi. Il rumore di qualcosa che va in frantumi, alle spalle la luce gialla e grigia di fumogeni.
Milano, piazza Duomo: un ragazzo con il cappuccio nero tirato sulla fronte si sente chiedere da qualcuno fuori campo perché sia così arrabbiato, e risponde come se quella frase l’avesse pronta da anni: “Perché voglio le scarpe che da piccolo non mi potevo comprare”.
Non so come si chiami né da quale quartiere venga. Provo con un po’ di fatica a immaginarlo bambino davanti alle vetrine di corso Vittorio Emanuele. Ieri, quelle stesse vetrine erano sbarrate per paura di lui e di quelli come lui. A Milano, ma anche a Firenze, a Bologna, a Roma, a Bari. Mi ha colpito, a Firenze, la frase di una gioielliera di Ponte Vecchio che andava in direzione ostinata e contraria: “Io non chiudo, alla violenza non la voglio dare vinta”.
Giustamente. E, certo, la violenza incontrollata di una settimana fa non merita indulgenza. Al tempo stesso non possiamo assolverci dall’obbligo di capire. Capire, sia chiaro, non vuol dire giustificare: vuol dire non dare risposte semplicistiche a questioni complesse, non pensare che basti la forza a placare la rabbia e a soffocare la furia. Vuol dire rispondere all’unica domanda a cui un adulto, in una democrazia evoluta, non può sottrarsi: come rendere migliore il nostro tempo.
Ieri, però, quei ragazzi non si sono visti, le vetrine non sono state spaccate, i negozi sono stati risparmiati. La spiegazione più semplice è che mancasse l’evento. Il 17 ottobre i ragazzini – quasi tutti minorenni – erano accorsi per qualcosa che su TikTok aveva l’aria di un grande appuntamento, con l’invito a vestirsi di nero come le comparse di un videoclip e una promessa scritta nelle chat senza troppi giri di parole: “Avrete scarpe e bici”. Parecchi si erano uniti agli scontri quando erano già cominciati, trascinati dallo spettacolo più che da una ragione.
Ieri lo spettacolo non è andato in scena. L’annuncio delle tre piazze segrete, promesso per le 14.30, non è mai arrivato: in mattinata la polizia aveva individuato il presunto ideatore della pagina Telegram che chiamava a raccolta. Youssef Siher, trent’anni, giornalista freelance e studioso di Medio Oriente, è stato poi indagato per istigazione a delinquere, apologia di reato e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, un reato entrato nel codice penale pochi giorni fa. Cosa abbia fatto lo stabiliranno i magistrati. Di certo, senza un segnale non si è mosso nessuno e, con le vetrine inchiodate, anche la promessa delle scarpe aveva perso ogni valore. Il resto l’hanno fatto le perquisizioni dell’alba, più di centocinquanta, anche in casa di liceali incensurati, i controlli nelle stazioni e, presumibilmente, i genitori.
Milano i tumulti li conosce. Manzoni raccontò l’assalto ai forni negli stessi quartieri delle vetrine andate in pezzi il 17 ottobre, ma la folla del 1628 aveva fame di pane, mentre quella di oggi ha una fame più difficile da nominare.
A questi ragazzi (e a tutti noi) la società dei consumi ha insegnato che si esiste attraverso ciò che si indossa, e poi ha messo ciò che si indossa dietro un vetro, lasciandoli fuori. Chi dice di volere le scarpe che non poteva avere da bambino reclama, più che un oggetto, un credito. Zygmunt Bauman, davanti ai saccheggi di Londra del 2011, parlò di rivolte di consumatori esclusi, gente a cui era stato promesso tutto tranne l’accesso. È però un credito riscosso nel modo peggiore, perché chi sfonda una vetrina per portarsi via un paio di Nike non contesta il mondo delle marche: ci si inginocchia davanti. In un saccheggio che si giustifica esattamente con ciò che la pubblicità gli ha insegnato a desiderare non c’è nulla di sovversivo.
Eric Hobsbawm chiamava “prepolitiche” le ribellioni prive di un’organizzazione stabile: quelle dei banditi, delle plebi urbane, dei contadini. Non perché fossero senza ragioni, ma perché la loro rabbia non riusciva a darsi una forma capace di durare. La Jacquerie, nel Trecento, bruciò i castelli francesi senza sapere che cosa avrebbe fatto il giorno dopo.
Quella categoria non spiega fino in fondo ciò che accade oggi. Questi ragazzi non vengono prima del Novecento: vengono dopo, e la loro rabbia incontra partiti, sindacati e organizzazioni già evidentemente svuotati, o non li incontra affatto nei quartieri in cui è cresciuta. È una rabbia post politica, nata quando le forme che avrebbero potuto accoglierla erano già fragili. O prive di senso e di scopo.
Del resto è un’intera generazione a pagare il prezzo più alto della crisi, e lo fa nel silenzio e nell’indifferenza dell’opinione pubblica, mediatica, politica, disposta a sacrificare consapevolmente la sua migliore gioventù, e a non curarsi di quella che certamente è ai margini: un milione e 180mila ragazzi tra i 15 e i 29 anni non studia e non lavora; sono quasi seicentomila gli alunni nati in Italia, ma senza cittadinanza (dovranno attendere i diciotto anni); sono oltre venticinquemila i laureati tra i 25 e i 34 anni che hanno trasferito la residenza all’estero, l’anno scorso, 78mila negli ultimi sette anni.
Che adulti saranno questi ragazzi ignorati e dimenticati? Che Italia costruiranno, che Europa sogneranno quando noi avremo passato la mano? È questo il peso che ci portiamo sulle spalle, e che continuiamo a non voler guardare in faccia.
Ieri in piazza è sceso chi una forma ce l’ha ancora: una sigla, uno striscione, una bandiera, un collettivo, un’organizzazione. Gli altri, i saccheggiatori incappucciati, sono rimasti a casa. Lo Stato ha schierato l’esercito e ha fermato il presunto promotore della chiamata all’assalto, convinto che dietro ogni folla ci sia un capo. Ma, se le accuse saranno confermate, piuttosto che un capo avrà trovato un megafono, perché questa rabbia non ha un programma né un partito, ha un invito su Telegram e una vetrina, e una volta tolto l’invito è rimasta soltanto la vetrina, sbarrata. È il limite che Hobsbawm vedeva nelle rivolte senza forma, capaci di esplodere ma non di tornare il sabato dopo.
Milano, Firenze, Bologna, Roma hanno coperto i loro cristalli con il compensato, come si copre una ferita. Ma per un ragazzo della Barona o di Figino quella vetrina era chiusa da sempre, anche senza le tavole. La differenza è che ieri, per un giorno, lo abbiamo visto anche noi.





