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Esteri

Sulla sicurezza Netanyahu e i suoi avversari interni si somigliano

Francesca Mannocchi su Open presenta le elezioni in Israele. Il 7 ottobre ha cambiato anche il modo in cui Israele pensa la propria difesa. Dopo il massacro nei kibbutz e al festival Nova si è fatta strada la convinzione che aspettare i nemici dietro una barriera non basti più, e che vadano colpiti prima che possano organizzarsi, ovunque si trovino. Con questa convinzione l’esercito è entrato in Libano e nel sud della Siria, ha colpito Teheran e ha deciso di restare in una parte della Striscia, e oggi i soldati israeliani sono schierati oltre i tre confini senza che nessuno sappia dire quando torneranno a casa. Il prossimo governo erediterà una guerra senza una data di fine, e con essa il rischio che una presenza pensata come provvisoria diventi la normalità, lasciando irrisolte le ragioni politiche dei conflitti.

Su questa idea della sicurezza Netanyahu e i suoi sfidanti si somigliano più di quanto la campagna lasci intendere. Eisenkot e Bennett chiedono agli elettori di giudicare il primo ministro per il 7 ottobre e promettono di restituire credibilità alle istituzioni, e condividono con lui la convinzione che Israele debba poter agire militarmente anche oltre i propri confini. Un loro governo potrebbe allontanare dal potere Smotrich e Ben-Gvir, ridurre l’influenza dell’estrema destra sull’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e ricucire i rapporti con gli alleati, e lascerebbe con ogni probabilità intatta la linea sulla questione palestinese, perché entrambi considerano uno Stato palestinese una minaccia per Israele. La fine dell’era Netanyahu cambierebbe così la politica interna del Paese lasciando sostanzialmente immutato il modo in cui Israele governa la vita di milioni di palestinesi.

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