La crisi della sinistra italiana è di identità, di cultura politica e di classe dirigente
Biagio Marzo.
La crisi della sinistra italiana non è soltanto elettorale: è una crisi d’identità, di cultura politica e di classe dirigente. Il Partito democratico, nato dall’incontro tra tradizione postcomunista e cattolico-democristiana, avrebbe dovuto superare le appartenenze del Novecento e interpretare una società in trasformazione. Dinanzi al ribellismo violento giovanile non ha proferito verbo, non avendo strumenti indicativi sul piano economico e dell’istruzione. Non ha realizzato una sintesi originale: le culture fondatrici si sono sommate più che trasformate e il compromesso organizzativo ha prevalso su una visione comune del Paese. Il PD ha ereditato apparati e pratiche del passato senza rinnovare la cultura di governo, oscillando tra nostalgia e adesione alle idee dominanti.
La legittimazione attraverso il mercato
Dopo la caduta del Muro di Berlino e la crisi della Prima Repubblica, una parte della sinistra ha cercato legittimazione nell’accettazione del mercato e della globalizzazione. La politica si è ridotta spesso alla gestione di vincoli economici e finanziari, mentre alcuni esponenti cercavano riconoscimento negli ambienti della finanza internazionale – la City di Londra- , fino a esibire vicinanza a figure come George Soros. La crisi dei subprime del 2008 avrebbe dovuto imporre una revisione. In Italia, capitalismo senza capitali, investimenti insufficienti e debolezza produttiva avrebbero richiesto una politica industriale; il PD non ha proposto una strategia coerente per crescita, ricerca e lavoro.
La frattura con il mondo del lavoro
Deindustrializzazione, delocalizzazioni, precarietà e indebolimento delle tutele, hanno mutato la società, mentre il PD ha smarrito il rapporto con una parte del suo insediamento popolare. Invece di governare questi processi, si è spesso accettato che la flessibilità fosse una necessità senza alternative. Lo Statuto dei lavoratori è stato smantellato anziché aggiornato e rafforzato. La sinistra non ha contrastato adeguatamente insicurezza sociale, salari compressi e disuguaglianze. Dichiararsi dalla parte dei deboli non basta: occorre incidere sulle loro condizioni materiali. Il vuoto è stato occupato da forze populiste capaci di intercettare il disagio.
L’atlantismo e l’autonomia politica
L’intervento NATO in Serbia nel 1999, durante il governo dell’Ulivo, avrebbe richiesto una discussione sul rapporto tra alleanze, diritto internazionale e autonomia europea. L’appartenenza atlantica non deve sostituire la capacità di giudizio e d’iniziativa. Una sinistra riformatrice deve sostenere un’Europa soggetto politico, con una politica estera comune e una difesa credibile. La guerra in Ucraina – pomo della discordia tra PD e M5s- ha reso evidenti le differenze nell’opposizione: servono una visione strategica e un confronto sulle responsabilità europee.
Il fallimento della sintesi e il campo largo
Il PD ha alternato vocazione maggioritaria, alleanze variabili e recuperi delle vecchie identità. La segreteria di Elly Schlein ha accentuato una linea movimentista e massimalista, senza ricomporre il rapporto tra rappresentanza sociale, riformismo e cultura di governo. Ne è risultato un partito capace di raccogliere consenso nell’opposizione, ma in difficoltà nel proporre una prospettiva credibile per governare. Il campo largo non diventa progetto politico sommando PD, Movimento 5 Stelle e altre forze: restano divergenze su lavoro, Europa e politica estera. Il reddito di cittadinanza ha risposto a bisogni reali, ma ha collegato poco sostegno e politiche attive; il Superbonus 110 per cento ha avuto costi pubblici elevati e benefici diseguali. Le misure vanno giudicate per risultati e sostenibilità. Un’alleanza costruita soltanto contro la destra rinvia le contraddizioni al giorno dopo le elezioni. Ripetere formule del passato, da Prodi a Veltroni, non basta: la società è cambiata e non può essere ricomposta con il richiamo a stagioni concluse.
La necessità di un nuovo paradigma
La crisi del PD riflette una crisi più ampia. Non basta cambiare segretario o alleanze: serve una discontinuità che rimetta al centro produzione, lavoro, sicurezza, ricerca, scuola, sanità e servizi pubblici; contrasti le disuguaglianze e restituisca alla politica la capacità di scegliere. Occorre una classe dirigente preparata e radicata. La cultura di governo non è governismo, ma capacità di fissare obiettivi e strumenti assumendosi responsabilità. Se rinuncia a questa funzione, la sinistra diventa subalterna.
Oltre il PD: costruire una Nuova sinistra
È necessario aprire una fase costituente per una Nuova sinistra, attraverso un rassemblement delle forze riformiste di sinistra che non si riconoscono nel PD e non intendono limitarsi a correggerne la linea. L’appello è rivolto a socialisti e socialdemocratici, liberaldemocratici di sinistra, culture laiche e riformatrici, associazioni, movimenti e cittadini in cerca di una nuova identità. Non un’operazione gattopardesca né un cartello elettorale, ma un cambiamento reale di paradigma e di classe dirigente. Questa sinistra deve ritrovare le radici nella storia italiana ed europea: nelle lotte per il lavoro e i diritti, nelle battaglie per libertà e democrazia, nelle conquiste sociali e nell’idea che l’emancipazione richieda giustizia e solidarietà. Una storia fatta di grandi figure, ma anche di persone in carne e ossa: militanti, amministratori, lavoratori e cittadini che hanno dato sostanza a quelle idee. Non si tratta di ripetere il passato, ma di rinnovarne il patrimonio. La nuova aggregazione dovrà affrontare trasformazioni del lavoro, crisi dei ceti medi e nuovi equilibri internazionali, con un programma condiviso e autonomia, senza subordinarsi a coalizioni nate soltanto contro la destra. Dovrà contrastare populismo sovranista e massimalista, incapaci di coniugare libertà, sicurezza, responsabilità e riforme. Non si tratta di salvare il PD così com’è né di condannarne le culture fondatrici, ma di riconoscere che quella sintesi ha esaurito la sua funzione storica. Senza discontinuità, ogni alleanza resterà un espediente elettorale.





