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Esteri

L’esecuzione in diretta di un condannato a morte sembra l’annuncio di un film di fantascienza ma è realtà

Pile of newspapers on white background

La direttrice del Quotidiano Nazionale Agnese Pini nel suo editoriale della domenica riflette sull’esecuzione in diretta streaming di un condannato a morte. Abbiamo smesso di vergognarci. E l’ultimo velo di pudore civile caduto – che non ha impedito le nefandezze, ma almeno ce le ha fatte sentire per quelle che erano – ha a che fare con la morte. Abbiamo smesso di vergognarci di uccidere e di veder uccidere, perfino quando a farlo è lo Stato, e cioè perfino quando la morte diventa un appuntamento annunciato e calcolato. Non fossero gli Usa di Trump, non fosse il tempo paradossale e feroce che viviamo, avremmo annoverato nel campo del grottesco e del surreale il dibattito sulla pena capitale degli ultimi giorni: prima la condannata sopravvissuta al supplizio dopo due iniezioni letali, in Tennessee, poi l’annuncio di una esecuzione in diretta streaming, a Fort Hood. “Medioevo”, avremmo detto fino a non troppo tempo fa. E avremmo pensato alle impiccagioni pubbliche di quei regimi che consideriamo tanto lontani da noi, tanto inferiori rispetto a noi. “Medioevo”, appunto. Ma le cose da tempo avevano iniziato a scricchiolare, come sempre accade, e ancora una volta abbiamo fatto finta che non ci riguardassero: non ci riguardava quando il ministro israeliano Ben-Gvir addentava la sua torta di compleanno a forma di forca, a maggio, e Ben-Gvir è il ministro della Sicurezza di quella che riteniamo una delle più evolute democrazie liberali in Medio Oriente. Non ci riguardava quando nel 2025 la South Carolina ha ripreso le fucilazioni, quando a dicembre scorso un parlamentare del Queensland, Australia, è tornato a chiedere la condanna a morte per i reati terroristici, quando a giugno, al Congresso mondiale contro la pena capitale, Macron ha messo in guardia contro le voci che tornavano a invocarla. Perfino in Francia.

Così eccoci all’oggi: il segretario alla Guerra Usa, Pete Hegseth – già noto alle cronache per aver spacciato una frase di Pulp Fiction per l’Antico Testamento – annuncia che Nidal Hasan sarà fucilato il 3 dicembre. Hasan era uno psichiatra militare, nel 2009 uccise tredici persone a Fort Hood. Il Pentagono vuole che la gente possa assistere. In diretta.

L’ultima impiccagione pubblica negli Stati Uniti risale al 1936, a Owensboro, davanti a ventimila persone. L’ultima ghigliottina pubblica in Francia fu usata nel 1939, a Versailles. Da allora, nei Paesi occidentali in cui la pena capitale è sopravvissuta, le esecuzioni si sono svolte al chiuso, davanti a pochi testimoni, con rituali presi in prestito dalla medicina.

Tenere la pena di morte fuori scena conteneva un giudizio: ciò che non si riesce più a guardare è già, in parte, condannato. Riportare l’esecuzione sotto gli occhi di tutti significa farci l’abitudine, e ciò a cui ci si abitua finisce per sembrare accettabile, plausibile. Elimina, per l’appunto, quel potentissimo e fragile antidoto alla barbarie che è la vergogna. Beccaria lo aveva capito nel 1764: la pena di morte, scriveva, “diviene uno spettacolo per la maggior parte”.

La diretta streaming è ancora peggio della piazza. In piazza c’erano i corpi, l’odore, il rumore, c’era il rischio che la folla – come accadde più volte – prendesse le parti del condannato. Quando Seneca partecipò ai cosiddetti giochi di mezzogiorno, ovvero quando nell’arena si giustiziavano i criminali, scrisse poi a Lucilio di esserne tornato “più crudele e più disumano, perché sono stato fra gli uomini”. Davanti a uno schermo non si è nemmeno fra gli uomini, si è soli, mentre la morte di una persona arriva ai nostri occhi nello stesso formato di una partita o di una ricetta.

Il singolo uccide per rabbia, per crudeltà, per difendersi. Lo Stato lo fa a freddo. La ragione ultima per abolire la pena di morte è il più antico dei comandamenti: non uccidere. La nostra Costituzione affida il principio a sette parole: “Non è ammessa la pena di morte”. È una delle poche conquiste di cui l’umanità possa andare fiera, ma può essere perduta: l’Italia l’aveva già raggiunta nel 1889, e il fascismo la cancellò nel 1926.

Leone XIV, il primo papa americano, ha detto che la dignità di una persona non si perde nemmeno dopo i delitti più gravi. Trump lo ha definito “weak on crime”, e cioè debole con i criminali. Milleseicento anni fa, Sant’Agostino scriveva ai magistrati dell’Impero per chiedere che non mettessero a morte gli assassini di un suo prete. Prima ancora c’è Caino, a cui Dio mette un segno perché nessuno lo tocchi. E del resto i Vangeli raccontano un’esecuzione pubblica dalla parte di chi viene ucciso, mentre la folla grida e l’autorità la accontenta: la burocrazia dello Stato che se ne lava le mani.

Il comico americano Lenny Bruce diceva che, se Gesù fosse stato giustiziato ai nostri giorni, i bambini cattolici porterebbero al collo una piccola sedia elettrica. La battuta funziona perché ricorda che la croce era un patibolo. Hegseth ne porta una tatuata sul petto.

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