In Francia la sinistra radicale a caccia del voto musulmano per il dopo Macron
Sofia Ventura sul Quotidiano Nazionale parla delle elezioni in Francia del dopo Macron. La laïcité torna al centro dello scontro politico francese, e lo fa attraverso la sempre più esplicita ricerca da parte della France Insoumise, il partito della sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon, del voto musulmano in vista delle presidenziali del 2027. Mathilde Panot, presidente dei deputati di Lfi, ha annunciato che, in caso di vittoria, il suo partito cancellerà il divieto di indossare nelle scuole pubbliche l’abaya, il lungo e ampio soprabito utilizzato da alcune donne musulmane, radicato soprattutto nelle tradizioni della Penisola arabica e del Golfo. Il divieto, introdotto nel 2023 dall’allora ministro dell’Istruzione Attal, applica all’abaya i principi della legge del 2004 sui simboli religiosi nelle scuole.
La strategia del partito di Mélenchon ormai è chiara: sfruttare e politicizzare le tensioni e i problemi legati all’integrazione degli immigrati, in particolare di quelli provenienti dal mondo musulmano. Già nel gennaio 2025 aveva lanciato la provocazione della Grande sostituzione (l’ossessiva accusa delle destre radicali di un complotto ‘globalista’ per sostituire i lavoratori europei con immigrati a basso costo), arrivando quasi a riconoscerne l’esistenza e a presentarla come un dato positivo, salvo poi ridimensionare le sue affermazioni; ma il sasso era stato lanciato, e sembrava proprio che fosse stato lanciato apposta per fomentare le paure dell’elettorato moderato. Come si diceva, l’obiettivo è rafforzare il consenso tra i francesi di origine immigrata, soprattutto di religione musulmana. Ma l’intento è anche quello di polarizzare il confronto sul tema per farne uno scontro sempre più al calor bianco. E non solo per consolidare la presa sull’elettorato proveniente dall’immigrazione, ma – sembrerebbe – per spaventare ulteriormente l’elettorato moderato e spingerlo verso la destra radicale di Marine Le Pen.
Inutile dire che, da quella parte, la reazione è stata immediata e nettissima. Ciò che infatti Mélenchon persegue in questa campagna è la costruzione di una ‘scena’ nella quale i due contendenti siano solo lui e Le Pen. Il centro è il vero nemico.
Ma mobilitare l’appartenenza religiosa è molto pericoloso. Le nostre società si reggono su valori universali e appartenenze ‘civiche’, non identitarie. Fomentare queste ultime, che venga fatto dalla destra o dalla sinistra, ha come unico risultato di spezzare il tessuto civile e in ultimo il substrato sul quale poggia la liberaldemocrazia. L’esperienza belga offre un precedente significativo. A Bruxelles, e in particolare a Molenbeek, il Partito socialista ha a lungo cercato rappresentanza e consenso nella numerosa popolazione musulmana. Una strategia che ha spesso favorito logiche clientelari e comunitariste, a detrimento dei diritti individuali degli stessi appartenenti a quelle comunità, in primis le donne, e che ha contribuito a rafforzare luoghi di separatezza sociale e culturale.
La Francia oggi non soffre tanto di una mancata integrazione nell’appartenenza nazionale, quanto di un’integrazione incompleta e diseguale soprattutto sul piano socioeconomico. Proprio le generazioni più giovani e integrate, nate e cresciute in Francia e pienamente francesi, possono avvertire più intensamente la distanza tra l’uguaglianza promessa dalla Repubblica e quella sperimentata. Ciò contribuisce a rendere l’elettorato musulmano più giovane particolarmente mobilitabile. Secondo un recentissimo sondaggio pubblicato da Dominique Reynié, professore a Sciences Po e direttore della nota fondazione liberale Fondapol, in un quaderno della medesima fondazione, il 72 per cento degli intervistati che si dichiaravano musulmani affermava di avere votato almeno una volta per Lfi, contro il 23 per cento dell’insieme dei francesi. Elettoralmente, dunque, la strategia pare efficace. Il problema è che per funzionare deve approfondire i conflitti e accelerare la radicalizzazione della società francese. Ma forse Mélenchon non punta davvero a vincere: sa che la conquista dell’Eliseo è altamente improbabile. Punta piuttosto a fare di Le Pen l’unica alternativa a sé stesso e a consacrarsi come il grande oppositore, il capopopolo rivoluzionario al quale si prepara da anni. E se fosse lui, più di tutti, a sperare nella vittoria di Marine Le Pen?





