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Storia di un ufficiale dabbene: Alessandro Calandrelli

Luciano Luciani.

Nato a Roma nell’ottobre 1805, appena adolescente, Alessandro Calandrelli era entrato – come d’altra parte farà anche suo fratello Ludovico di due anni più giovane – come cadetto onorario nell’arma dell’artiglieria dell’esercito pontificio. Brillante ufficiale, si era fatto apprezzare anche come studioso dell’arte militare: al 1836 risale una sua Memoria sull’artiglieria pontificia, mentre nel 1837 viene nominato professore presso la scuola dei cadetti d’artiglieria. Di stanza a Civitavecchia rivelò interessi e qualità di studioso compilando una Memoria sul castello di Santa Severa e impegnandosi nella decifrazione e raccolta di antiche iscrizioni. La sua attività appare, comunque, tutta all’interno della istituzione militare: nel 1842 rileva la pianta della piazza fortificata di Civitavecchia, studia le possibilità di difendere la Maremma toscana; ricopre spesso le funzioni di giudice militare. Nel 1848, contrariamente al fratello Ludovico, non partecipa alle operazioni militari delle truppe pontificie nel Veneto.

Il 16 novembre di quell’anno – era il giorno successivo all’omicidio politico di Pellegrino Rossi avvenuto con un colpo di pugnale sulle scale del palazzo della Cancelleria, sede del parlamento – al termine di un’imponente manifestazione popolare che reclamava la formazione di un ministero democratico e la ripresa della guerra all’Austria, Pio IX rifiutò di ricevere una delegazione di deputati incaricati di esprimere la volontà popolare e si schermì con promesse molto vaghe fatte per bocca del cardinale Soglia. La folla allora rumoreggiò e alcune guardie svizzere impaurite spararono sui romani accalcati alcuni colpi di fucile. Ma non erano però più i tempi in cui una provocazione così grave potesse rimanere impunita: subito apparvero delle armi nelle mani dei militi della Guardia civica, mentre i manifestanti si organizzavano per assaltare il Quirinale. Fece la sua comparsa anche un cannone, i cui colpi sarebbero serviti al popolo romano per sfondare i portoni della residenza papale. Fu merito di Ciceruacchio, il tribuno di Trastevere, e del capitano Alessandro Calandrelli, avere svolto in quella difficile situazione una decisiva opera di pacificazione tra le parti, evitando la strage imminente.

Eletto deputato alla Costituente romana, Alessandro Calandrelli ricoprì l’incarico di sostituto del ministro delle armi, contribuendo in maniera decisiva all’organizzazione del piccolo esercito della Repubblica: nel corso della sua breve storia, tra regolari e volontari oscillò dagli ottomila del febbraio 1849 ai ventimila degli ultimi giorni repubblicani. 

Tra gli episodi salienti del contributo dell’ufficiale romano alla difesa della democrazia va ricordato l’episodio del 30 aprile sotto le mura di porta Angelica e porta Cavalleggeri: qui le truppe francesi, sbarcate due giorni prima a Civitavecchia, vennero costrette a ripiegare con gravi perdite per essere poi assalite a porta San Pancrazio dalla legione di Garibaldi e da un battaglione di volontari formato da studenti e artisti che le fecero arretrare di posizione in posizione, causando loro perdite assai gravi: mille uomini tra caduti e prigionieri sugli ottomila del corpo di spedizione originario. Decisivo il ruolo degli artiglieri di Calandrelli che, avendo ben meritato, fu promosso a colonnello e insignito della medaglia d’oro. Si mantenne tenace e coerente fino agli ultimi momenti della morente repubblica: quando l’Assemblea costituente romana scelse di cessare una difesa divenuta impossibile e di rimanere al suo posto per terminare di redigere la Costituzione che fu promulgata proprio mentre le truppe francesi cominciavano a calpestare la strade della città, Calandrelli, assieme ad Aurelio Saliceti e al  suo caro amico, Livio Mariani, accettò il difficile e rischioso compito di entrare a far parte dell’ultimo triumvirato dopo le dimissioni di Mazzini, Saffi e Armellini.

Sullo scenario di una città piegata alle armi francesi e in mano ai clericali in cerca di rivincita si apre la parte più dolorosa dell’esistenza di Alessandro Calandrelli. In qualità di alto ufficiale dell’esercito repubblicano ed esponente del governo toccò a lui rendere conto dello stato dei magazzini e delle  casse dello stato ed è facile immaginare il rigore con cui vennero condotte quelle ispezioni. La rettitudine, lo scrupolo, la correttezza del romano lasciarono ammirati i francesi ma non i clericali romani, impegnati in una feroce e vendicativa caccia alle streghe contro tutti gli esponenti della precedente stagione democratica. 

Nell’autunno del 1849 l’ufficiale romano, già escluso dall’amnistia e degradato insieme con il fratello Ludovico, viene ristretto nelle carceri papali in seguito all’accusa di furto: una perquisizione aveva individuato in casa di Calandrelli armi e oggetti antichi, di non chiara, a detta degli inquisitori, provenienza. Nonostante diversi giudici dichiarassero di non individuare ragioni per procedere contro il Calandrelli e numerosi testimoni intervenissero a sua discolpa, le autorità vollero a tutti i costi un processo politico dall’esito scontato: l’ufficiale romano venne radiato dall’esercito e condannato a morte. In carcere nel bagno penale di Ancona non rimase inoperoso: scriveva biografie, disegnava…La sua sofferta libertà doveva giungere, in maniera del tutto inopinata, dal lontano  nord Europa…

Suo fratello Ludovico, anche lui prima degradato e poi radiato dall’esercito pontificio, fornito di passaporto prussiano aveva trovato asilo a Berlino: qui risiedeva, fin dal 1832, il padre dei due Calandrelli, Giovanni, artista di buona fama e maestro scultore presso l’Istituto d’arte di Berlino. La sua supplica al re di Prussia Federico Guglielmo IV perché si adoperasse in favore del figlio presso le autorità papali è del febbraio 1851: nonostante l’autorevole interessamento e i successivi interventi di Alexander von Humboldt, naturalista e geografo di fama mondiale, trascorreranno più di due anni prima che il generoso repubblicano possa lasciare il carcere di Ancona, ribadendo in un’ennesima, ultima lettera al papa le ragioni della sua innocenza.

La ricostituzione a Berlino della famiglia Calandrelli data alla tarda estate del 1853. Durerà poco, però: infatti, appena un anno più tardi, Ludovico, seguendo la sua vocazione e il suo destino di soldato partirà alla volta della Turchia, per mettere le sue competenze al servizio di quell’esercito impegnato contro le armi inglesi e francesi. Nel cuore del più giovane dei fratelli la ferita aperta a Roma dalle armi francesi non si era ancora rimarginata. Cambiò anche il proprio nome in quello di Mouglis Bey: si faceva chiamare così Ludovico quando la morte lo colse per colera nel settembre 1855, impegnato a Erzerum nell’allestimento di alcune batterie di cannoni turchi.

Alessandro, invece, si ferma a Berlino. Conosce e dà lezioni a Ferdinando Lassalle,  destinato a diventare negli anni successivi marxista e leader riformista del movimento operaio tedesco; continua a mantenere relazioni epistolari con alcuni personaggi della politica italiana, ma in maniera stanca, forse delusa. Solo qua e là si agitano nella sua prosa “i bagliori di fiamma lontana” delle passioni civili e patriottiche dell’antico artigliere. Solo dopo il 1870 rientra a Roma, dove trova un impiego dignitoso ma modesto come ispettore edilizio del Comune. I suoi ultimi anni ce lo mostrano operoso, ma con lo sguardo rivolto al passato: si impegna nella pubblicistica storica, nella attività della Società dei reduci delle patrie battaglie, ancora avvolto nella sua città dell’aura eroica di quella straordinaria esperienza che era stata la Repubblica romana.

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