L’elogio del giornalismo locale che c’è sempre e ovunque
Mario Modica su spotandweb ha scritto un elogio al giornalismo locale. Ieri mattina ero all’inaugurazione del nuovo Palazzetto dello Sport di Pavia, intitolato alle “Piccole Pavesi”, le dodici giovanissime ginnaste che conquistarono la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928. Più tardi sono andato a Ceranova, dove veniva inaugurata una nuova scuola.
Due appuntamenti diversi, uno nel capoluogo e l’altro in un piccolo comune della provincia. Due occasioni per incontrare persone, raccogliere voci, osservare ciò che accade e trasformarlo in informazione.
È il lavoro quotidiano del giornalismo locale. Un lavoro che comincia molto prima della pubblicazione di un articolo: bisogna conoscere l’appuntamento, arrivare sul posto, individuare gli interlocutori, registrare le interviste, verificare nomi e incarichi, scegliere le immagini e infine costruire un racconto comprensibile per chi non era presente.
Può sembrare un’attività ordinaria. In realtà, è il punto dal quale nasce una parte consistente dell’informazione che circola nel Paese.
Le grandi notizie, infatti, non nascono sempre nei palazzi romani, negli studi televisivi o nelle redazioni nazionali. Molto spesso cominciano in una strada di provincia, davanti a un municipio, all’interno di una scuola, in un tribunale, in un ospedale o durante una conferenza stampa alla quale partecipa un giornalista di una testata locale.
Quel giornalista vede per primo, ascolta per primo e domanda per primo.
Poi la notizia cresce. Viene ripresa dai social, rilanciata dalle agenzie, commentata nei talk show e pubblicata dalle grandi testate. Ma durante questo percorso accade frequentemente qualcosa: scompare il nome di chi ha realizzato il lavoro originario.
È quanto ha denunciato recentemente ANSO, l’Associazione nazionale della stampa online, dopo che un’intervista a Stefano Bonaccini realizzata dalla testata ligure IVG è entrata nel dibattito politico nazionale. Le dichiarazioni hanno viaggiato rapidamente, mentre il riferimento alla redazione che le aveva raccolte è diventato sempre meno visibile.
Non si tratta di una semplice questione di orgoglio professionale.
Citare la fonte significa consentire al lettore di ricostruire l’origine dell’informazione e valutarne l’attendibilità. Significa riconoscere il lavoro di chi ha prodotto un contenuto originale. E significa anche restituire alle piccole testate una parte del valore economico generato da quel lavoro, attraverso visibilità, reputazione e traffico.
Secondo i dati pubblicati da ANSO, le testate associate sono 150, raggiungono complessivamente 22 milioni di lettori al mese e producono circa 2.900 articoli ogni giorno. Numeri che descrivono una rete informativa diffusa e tutt’altro che marginale.
Eppure continuiamo a usare l’espressione “giornalismo locale” come se indicasse un giornalismo di categoria inferiore.
Locale non significa piccolo nel valore. Indica il punto di osservazione.
Una testata radicata nel territorio possiede qualcosa che difficilmente può essere sostituito: conosce la storia dei luoghi, riconosce gli interlocutori, ricorda gli impegni assunti dalle istituzioni e può confrontare le dichiarazioni di oggi con quelle di ieri. Sa quando una vicenda apparentemente minima nasconde un problema più grande e quando, invece, un annuncio presentato come importante contiene poca sostanza.
Nessun algoritmo può sostituire completamente questa conoscenza. Può raccogliere informazioni già pubblicate, ordinarle e riassumerle. Ma non può essere presente in una piazza, cogliere un’esitazione, fare una domanda non prevista o capire perché una risposta meriti di essere approfondita.
Naturalmente, essere sul territorio non basta automaticamente a fare buon giornalismo.
Anche le redazioni locali devono difendere ogni giorno la propria credibilità: verificare i fatti, distinguere una notizia da un comunicato, non trasformarsi nell’altoparlante delle istituzioni, evitare il copia e incolla e avere il coraggio di fare domande. La vicinanza può essere una forza, ma soltanto se non diventa dipendenza.
Il giornalismo locale merita riconoscimento non perché sia fragile, ma perché svolge una funzione indispensabile.
Quando una redazione territoriale scompare, non viene meno soltanto una voce. Si perde qualcuno che partecipa ai consigli comunali, segue le scuole, racconta le associazioni, controlla le decisioni pubbliche e conserva la memoria di una comunità. Lo spazio lasciato vuoto viene rapidamente occupato dalla comunicazione istituzionale, dalle voci incontrollate sui social o da notizie costruite a distanza.
Per questo difendere il giornalismo locale non significa proteggere una categoria. Significa difendere il diritto dei cittadini a sapere che cosa accade vicino a loro.
In tanti anni trascorsi tra radio, giornali e comunicazione ho imparato che il valore di una notizia non dipende dalle dimensioni del luogo nel quale nasce. Dipende dalla capacità di riconoscerla, verificarla e raccontarla.
Le grandi notizie nascono sempre da qualche parte.
E molto spesso, in quel “qualche parte”, c’è una piccola redazione con una persona che ha deciso di esserci.





