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Cultura

Galileiano con discrezione. Livorno e Diacinto Cestoni

Luciano Luciani.

Nonostante la pesante cappa di autoritarismo politico e di conformismo religioso tutt’altro che propizia alla ricerca scientifica, esistono anche in Italia fermenti intellettuali degni di qualche rilievo che continuano a operare nel solco dell’eredità galileiana. Scomparsi prima del 1650 il fisico Benedetto Castelli (+ Roma, 1643), il matematico e fisico Evangelista Torricelli (+Firenze, 1647), il matematico Benedetto Cavalieri (+ Bologna, 1647), il loro insegnamento fu tenuto vivo dalle intense attività dell’Accademia del Cimento (1657–1667) e dall’opera di importanti scienziati quali Borelli (1608–1679), Francesco Redi (1628–1698), Marcello Malpighi (1628–1694), le cui ricerche ebbero un’eco europea al pari di quelle del matematico Saccheri (1677–1773), dell’anatomista  Giovan Battista Morgagni (1682–1771), del medico, fisiologo e botanico Antonio Vallisneri (1661–1730). Si tratta, però, di individualità isolate in diretta e personale relazione con le accademie straniere, prive del solido retroterra di una comunità scientifica capace di un lavoro sistematico e collettivo.

Esemplare in questo contesto la vicenda intellettuale di Diacinto Cestoni che alla condizione di scienziato post-galileiano e, in quanto tale, sempre circondato da un’aura di preoccupazione e sospetto, aggiunse caratteristiche di discrezione, riservatezza e modestia tipiche della personalità dell’uomo che scontava forse anche un eccesso di consapevolezza del proprio essere autodidatta. 

Nacque, il Cestoni, a S. Maria in Giorgio, fra Macerata e Fermo, nella Marca d’Ancona il 16 Maggio 1637. Di umile condizione i suoi genitori che, dopo aver tentato per il figlio la via degli studi, si videro costretti a trovargli un posto di garzone di farmacia. Nel giro di due anni il ragazzo era diventato così abile nella preparazione dei rimedi naturali che alla famiglia parve bene, anche per garantirgli un avvenire più favorevole, mandarlo a Roma, raccomandandolo a uno dei più importanti speziali della capitale del cattolicesimo. Qui, però, le sue curiosità e la sua passione per lo studio sono mortificate dalle umili incombenze previste dalla condizione di aiuto speziale: preparare tisane, decotti, purganti… Un orizzonte limitato per un giovane inquieto che sentiva di aspirare a ben altro. Si trasferì, allora, a Livorno, presso la spezieria Salomoni, ben presto abbandonata per Marsiglia, Lione, Ginevra, dove, lavorando sempre presso le farmacie locali, apprese però procedimenti più rigorosi di quelli applicati in Italia nella preparazione delle ricette. “A Ginevra però non mi piacque lo starvi e me ne tornai per la medesima strada a Livorno”, l’unica città che “gli era andata grandemente a genio”, come confesserà anni più tardi all’amico Antonio Vallisneri: e nella città labronica sceglierà di tornare, provvedendo anche a condurre all’altare la sorella del suo precedente datore di lavoro livornese, il buon speziale Salomoni. “Il matrimonio fu concluso e riuscì felicissimo, e da quel giorno… cominciò a menar vita tranquilla, sebbene ancora ignoto e negletto; tuttavia giudicatasi ricco perché si contentava di poco, pensando sempre alla scienza e poco curandosi dei guadagni”: così, Francesco Pera, un suo biografo, racconta il Cestoni e il suo stile di vita semplice, appartato, povero di fatti clamorosi. Ma accanto alla conduzione di una farmacia in via Greca, ai doveri della famiglia si accompagnava un’incoercibile passione per la ricerca scientifica: certo, vissuta ai margini della grande scienza europea da uno che era “venuto su alla spezialesca, senza studio, senza maestro” ma che, da autodidatta, fu capace di lasciare una traccia profonda nella storia della medicina e della biologia del Seicento. Un’esistenza appartata, la sua, lontana sia dalla visibilità universitaria, sia dagli ambienti della corte medicea attorno a cui si concentravano le residue aspirazioni degli scienziati toscani. Fino agli ultimi anni della sua vita, Cestoni si applicò costantemente alla indagine naturalistica senza fornire una sistemazione organica ai propri lavori e senza preoccuparsi di darne conto attraverso le pubblicazioni a stampa che tenevano in contatto tra loro gli scienziati di tutta Europa. Un comportamento riservato, quasi dimesso che, tuttavia,  non gli impedì relazioni importanti con le migliori intelligenze scientifiche e culturali del tempo il Redi, il Vallisneri, il Bellini, il Magliabechi e il Muratori. Importante, poi, la sua amicizia con G. B. Ricciardi, docente di filosofia teoretica presso l’università di Pisa e sostenitore di un pensiero antidogmatico che si rifaceva allo sperimentalismo galileiano. Al Cestoni risalgono importanti, e sempre sistematiche, osservazioni di natura fisiologica, farmacologica, zoologica e botanica: per esempio, i costumi e la biologia di varie specie di insetti osservati sui cavoli; la partenogenesi degli Afidi; l’anatomia e i costumi della mosca dei rosai; le teredini del fasciame delle navi e i modi per impedirne i guasti; la locusta detta grillocentauro… E poi, studi sulle proprietà terapeutiche della salsapariglia e della chinachina e i loro modi di impiego; sulla origine acarica della scabbia; ricerche sulla origine zoologica delle galle delle piante; sui pedicelli ambulacrali degli Echinodermi; sull’animalità del corallo…

Sagace microscopista, di convinzioni e pratica vegetariane (famosa, nella Livorno del periodo, la “ricetta del Cestoni”), dimesso nello stile di vita anche quando il principe Ferdinando de’ Medici, figlio di Cosimo III, lo fece nominare protospeziale della città labronica, Cestoni è una delle personalità più interessanti nelle storia della cultura del Seicento italiano: lontano da ogni ostentazione accademica, rigoroso nel fare scientifico, alieno da ogni radicalismo ideologico.

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